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domenica 7 marzo 2010

Parte II, Capitolo III, Paragrafo I e II: Gli “Accordi di Pasqua” e l’Anschluss.

 

Durante il 1937 non vi fu alcuna nuova aggressione e questo periodo sembra essere caratterizzato dall’atteggiamento di “Appeasement” (pacificazione) adottato dall’Inghilterra di Chamberlain, fautore delle concessioni a Hitler e Mussolini per mantenere la pace, portando ad una distensione favorita dalla necessità del Fuhrer di aumentare i propri armamenti.

La Guerra in Spagna

In Spagna la politica di non intervento radicalmente languiva. Nel dicembre del 1936 Gran Bretagna Francia proposero ai governi tedesco, russo, italiano e portoghese di instaurare un controllo effettivo per impedire l'arruolamento e l'arrivo di volontari in Spagna. Dopo molte difficoltà, nel febbraio del 1937 fu raggiunto un accordo: navi da guerra francesi ed inglesi avrebbero controllato le coste occupate dai nazionalisti, mentre le navi italiane tedesche avrebbero mantenuto il controllo delle coste tenute da governativi. Questo sistema di controllo navale provocò gravi incidenti, tanto che ben presto Germania e Italia dichiararono di voler rinunciare a questo sistema. Nel giugno del 1937, nonostante gli sforzi dei negoziatori francesi di inglesi, Germania Italia abbandonarono definitivamente la loro sorveglianza.

Fin dal 2 luglio del 1937 Germania Italia proposero di riconoscere la belligeranza dei due avversari: si trattava di una misura che favoriva il generale Franco, il cui potere era così sanzionato. Il governo inglese propose invece un compromesso che collegava il riconoscimento della belligeranza a ritiro dei militari e all'instaurazione di un controllo sui porti. Ma l'opposizione sovietica fece fallire questo progetto.

Il comitato in onda-intervento decise di riunirsi a Nyon il 10 settembre, in una conferenza che riuniva tutti gli Stati leader Asti del Mar Nero e del Mediterraneo (Spagna esclusa), con la partecipazione della Germania, per occuparsi dei problemi della pirateria nel Mediterraneo. Tuttavia Germania, Italia e Albania rifiutarono di parteciparvi. La conferenza decise di affidare alle flotte francesi ed inglesi la protezione delle navi non spagnole contro i pirati. Alla fine di settembre, gli italiani accettarono di unirsi a queste pattuglie e i misteriosi sottomarini sparirono.

La politica del non intervento aveva ormai solo una debole speranza di arrivare a dei negoziati diretti fra le grandi potenze a proposito della Spagna. Soprattutto si sperava di staccare l'Italia dalla Germania. Ma la visita di Mussolini a Berlino alla fine del settembre del 1937, impedire la realizzazione di questo disegno. Il 10 ottobre il governo italiano rifiutò formalmente ogni conversazione sulla Spagna alla quale la Germania non avesse preso parte. Tutto lasciava supporre che la guerra civile spagnola sarebbe durata ancora lungo.

 

Il riavvicinamento anglo-italiano

Le controversie suscitate dalla guerra di Spagna, non dovevano però far dimenticare l'atmosfera di appeasement che aveva caratterizzato tutto il 1937. L'aspetto più appariscente di questa distensione fu il riavvicinamento della Gran Bretagna all'Italia. La tensione fra i due paesi, com'è noto, era altissima dal luglio del 1936, data in cui erano state abolite le sanzioni economiche contro l'Italia dalla società delle nazioni. Alla fine del 1936 veniva costruendosi l'idea di gentlemen's agreement fra i due paesi. Nel novembre del 1936, dopo lunghi negoziati fu firmato da ciano e l'ambasciatore inglese un accordo commerciale. Quest'ultimo iniziò anche delle trattative politiche, rivelando un cambiamento sostanziale dell'atteggiamento italiano. Nel gennaio del 1937 Italia e Gran Bretagna sottoscrissero un'accordo che precisava l'interesse vitale dei due paesi nell'area del Mediterraneo, impegnandosi entrambi hanno modificarne lo status quo. Peraltro il governo britannico temeva che franco cedesse agli italiani delle basi nelle isole Baleari, mentre il governo francese era preoccupato per un eventuale cessione all'Italia di basi nel Marocco spagnolo.

Quest'accordo per un timido passo verso il 10 avvicinamento dell'Italia verso le democrazie. Tuttavia pensava la questione di volontari italiani Spagna per poter andare oltre. Per di più l'Inghilterra nel 1937 rifiutava ancora di riconoscere la conquista dell'Etiopia. Nel corso dell'estate del 1937, i misteriosi sottomarini che attaccavano le navi governative avevano peraltro tentato di colare a picco una nave da guerra britannica, che aveva risposto così all'attacco. Il tentativo britannico di riavvicinamento non era quindi stato coronato da successo, benché dal maggio del 1937 il governo britannico fosse diviso da due tendenze. Chamberlain era fautore di una politica di appeasement, mentre il capo del Foreign Office, Anthony Eden desiderava mantenere un atteggiamento più fermo.

Nel maggio del 1937 fu nominato un nuovo ambasciatore britannico a Berlino, Henderson, che avrebbe dovuto praticare fino al limite estremo una politica di riavvicinamento è concessioni. D'altronde l'atmosfera fra Gran Bretagna e Germania era amichevole. Questa distensione apparente si spiegava soprattutto con la necessità in cui si trovava Hitler di sviluppare i suoi armamenti prima di correre nuovi rischi.

Rafforzamento dell’Asse Roma-Berlino

Ma contrariamente ai piani anglo-francesi vi fu in quell’anno un rafforzamento dell’Asse Roma-Berlino; Mussolini fu pressato da visite di Von Neurath, Goring e Von Ribbentrop (succeduto a Von Neurath perché ritenuto da Hitler troppo poco filo-nazista). In Italia che chiedevano l’adesione di Roma al patto anti-Komintern.

Von Neurath Goring

Von Ribbentrop

L’Italia aveva buoni rapporti con l’URSS e il Duce si convinse solo nel settembre 1937, in occasione di un viaggio in Germania in cui parlò ad una folla enorme in favore dell’amicizia italo-tedesca. In novembre Mussolini finì per firmare il patto anti-komintern.

 

L’Anschluss

La conferenza segreta del 5 novembre 1937.

Alla vigilia stessa del giorno in cui l'Italia aderiva al patto anti-Komintern, il 5 novembre Hitler riunì alcuni suoi consiglieri e generali, ai quali comunicò i suoi piani più segreti. Scopo della politica tedesca era la salvaguardia della comunità razziale germanica. Si trattava di tutelare gli interessi di ottantacinque milioni di uomini, di cui un buon numero di vela in Austria e in Cecoslovacchia. Per realizzare ciò, era necessario annettere l'Austria e la regione dei Sudeti. Occorreva però aspettarsi delle forti resistenze. Hitler peraltro in questa fase non si interessava delle colonie. Bisognava attendersi che l'Inghilterra si trovasse in difficoltà con i suoi possedimenti, con l'Irlanda, con l'India, in conflitto con il Giappone e con l'Italia. Una guerra anglo-franco-italiana era quindi auspicabile ma bisognava prima risolvere i problemi propriamente europei. La data di un conflitto doveva essere necessariamente molto vicina: dopo il 1943-1945 ogni cambiamento sarebbe stato per la Germania svantaggioso, dal momento che gli avversari avrebbero avuto il tempo per costruire armamenti sufficienti, mentre il tenore di vita dei tedeschi sarebbe diminuito. Quanto al metodo, Hitler pensava di attaccare prima la Cecoslovacchia. Egli pensava che Francia e Inghilterra avessero già segretamente rinunciato all'esistenza di questo stato. Mentre nel caso dell'Austria, era impossibile prevedere come avrebbe reagito l'Italia. Del resto però Hitler era si rallegrava nel vedere le truppe italiane profondamente impegnate nella guerra di Spagna, fatto che impediva a Mussolini di intervenire contro l'Anschluss.

Tuttavia alcuni dei suoi generali avanzarono delle riserve, per questo Hitler decise di sbarazzarsi di questi oppositori, sostituendone con altri.

Nel febbraio del 1938 Hitler creò un comando generale della Wermacht, diretto da un ufficiale a lui fedele, il generale Von Keitel. Al tempo stesso Hitler era sostituì il Ministro degli affari esteri Von Neurath, considerato troppo nazista, con Von Ribbentrop.

Preparativi tedeschi per l'Anschluss

per quale ragione Hitler decise di agire prima verso la Austria e non verso la Cecoslovacchia? Occorre fare riferimento all'accordo stipulato dalla Germania con l'Austria nel luglio del 1936. I nazisti austriaci utilizzavano infatti al massimo le facilitazioni di propaganda che concedeva loro l'accordo, mantenendo un'agitazione continua nel paese. Peraltro in occasione della visita che il ministro Von Neurath aveva effettuato a Vienna nel febbraio del 1937, si erano verificati degli incidenti. Il cancelliere austriaco era tuttavia deciso a resistere cercando appoggio in Ungheria, in Italia e persino in Cecoslovacchia. Tuttavia Mussolini respinse l'idea di una restaurazione della monarchia degli Asburgo in Austria.

Nel novembre del 1937, in occasione della firma del patto anti-Komintern, Von Ribbentrop si intrattenne con Mussolini per parlare del problema austriaco. Quest'incontro segnò un'evoluzione dell'atteggiamento italiano. Mussolini riconosce infatti che la Austria è un paese tedesco per cultura e lingua. La questione austriaca non doveva più essere considerata come un problema fra Italia e Germania. Poiché la Austria è il secondo maggiore Stato tedesco, essa non potrà mai fare nulla senza la Germania, a maggior ragione contro la Germania. L'interesse italiano sulla questione non era più così vivo come alcuni anni prima, anche a causa dello sviluppo imperiale dell'Italia verso il Mediterraneo e le colonie africane. Il duce si limitava a consigliare di lasciare che gli avvenimenti internazionali seguissero il loro corso naturale. Ma in caso di crisi in Austria, l'Italia non si sarebbe mossa.

Alla stessa epoca le politiche francesi ed inglesi sembravano orientarsi definitivamente verso l'appeasement. Chamberlain ritenne anche di doversi separare da Eden, convinto assertore di una politica più rigida.

Nel novembre del 1937, Von Papen di passaggio a Parigi incontrò Bonnet che parve favorevole ad un'unione economica e culturale più stretta fra la Germania e l'Austria, garantendo un'ampia autonomia per i tedeschi della Cecoslovacchia. Il presidente del consiglio ricevette poi segretamente Von Papen, poiché essendo fortemente anticomunista credeva nella vittoria di Franco in Spagna, ma riteneva necessario un nuovo orientamento della politica francese nell'Europa centrale. Inviò quindi a Hitler un messaggio distensivo di concerto futuro sulla politica europea.

Il colpo di forza contro l'Austria.

Questa politica di distensione fu bruscamente annientata dopo il colpo di forza della Anschluss.

Nel gennaio del 1938, il governo austriaco dopo la scoperta di un complotto tedesco cominciò a preoccuparsi. Il cancelliere Schuschnigg accettò di incontrare Hitler a Berchtesgaden il 12 febbraio. In quest'occasione Hitler si mostrò violento, rimproverando a Schuschnigg di non essere uscito dalla società delle nazioni e di essersi abbandonato ad ogni sorta di tradimenti contro la Germania. Von Papen e Von Ribbentrop consegnarono al cancelliere austriaco un ultimatum in cui il punto principale era la nomina del leader nazista Seyss-Inquart come Ministro dell'interno. Schuschnigg si rassegnò ad accettare, ma la polizia austriaca era in mano da quel momento ad un nazista. Il cancelliere cercò di reagire, così il 24 febbraio pronunciò un discorso in cui dichiarò che non sarebbe andato oltre, convocando per il 13 marzo un plebiscito sul problema dell'indipendenza. Questa decisione colse Hitler di sorpresa, poiché temeva per i risultati. Per questo deciso in fretta di risolvere la questione con la forza.

La giornata decisiva fu quella dell'11 marzo. Seyss-Inquart  intimò al cancelliere di rinunciare al plebiscito, col pretesto che Hitler lo pretendeva. Il Consiglio dei Ministri decise di cedere, comunicando la notizia a Berlino, che pretese però le ulteriori dimissioni di Schuschnigg. Il presidente della Repubblica rifiutò, ma finì per cedere a tarda notte. Il nuovo cancelliere dopo un ulteriore intimazione del governo tedesco fece appello alle truppe tedesche che nella giornata del 12 marzo varcarono la frontiera. Il 13 marzo una legge austriaca e una legge tedesca consacrarono l'unione fra due paesi. Un plebiscito avrebbe dato il 97% dei voti in favore della Anschluss.

Schuschnig Seyss-Inquart

Berchtesgaden

La reazione delle potenze.

La reazione delle potenze fu praticamente nulla. Come al solito Hitler non aveva consultato preventivamente Mussolini. Egli giustificò l'annessione come uno sviluppo delle relazioni amichevoli austro-cecoslovacche, adducendo la minaccia della restaurazione degli Asburgo. Il progetto di plebiscito avrebbe gettato l'Austria nell'anarchia, Hitler era quindi obbligato ad intervenire per ristabilire l'ordine. La frontiera del Brennero, come quella della Francia, era immutabile. Mussolini non si mosse e non rispose agli appelli di soccorso di Schuschnigg.

In Francia il governo era dimissionario quando scoppiò la crisi. Nel pomeriggio dell'11 marzo il presidente del consiglio riunì alcuni ministri. Questo comitato ristretto decise di applicare delle misure militari solo se la Gran Bretagna avesse concesso il suo appoggio. Ma Chamberlain fece sapere di sconsigliare la resistenza. La sola reazione fu dunque la protesta che il presidente Francois Poncet comunicò a tarda sera. Peraltro i tedeschi non temevano minimamente un intervento della Francia.

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sabato 6 marzo 2010

Parte II, Capitolo II, Paragrafo III: La questione d’Etiopia

Tuttavia la concordanza franco-anglo-italiana non ebbe lunga vita: l’Inghilterra era preoccupata per il patto franco-sovietico diretto esplicitamente contro la Germania, che era considerata nonostante Hitler un cardine del sistema di sicurezza collettivo.

Lo stesso Fuhrer (secondo il “Main Kampf”) considerava l’Inghilterra nel campo tedesco e dunque fu siglato un “accordo navale anglo-tedesco” che limitava la marina nazista al 35% di quella inglese lasciando libere le unità sottomarine.

Molte furono le proteste sollevate da Francia e Italia che non furono neanche consultate.

La concordanza fu definitivamente spezzata a causa dell’invasione italiana dell’Etiopia, stato membro della Società delle Nazioni.

A proposito dei rapporti dell’Italia con le colonie in Africa bisogna dire che Mussolini ereditò una patata bollente dai governi precedenti: a fine ‘800 il governo acquista delle terre sulle coste somale ed eritree dall’impero ottomano al fine di ottenere nuove terre e nuovi posti di lavoro in cui dirigere la forte emigrazione che partiva soprattutto dal mezzogiorno meno sviluppato.

Le terre acquistate, però, si rivelano di scarso valore e si pensa ad una conquista a danno del popolo abissino: gli Abissini erano una civiltà più sviluppata rispetto alle altre popolazioni africane, burocratizzati e cristianizzati con rito copto avevano istituzioni politiche abbastanza avanzate, con un “negus neghesti” eletto a turno tra i quattro territori che componevano lo stato.

Con il trattato di Uccialli si tenta un imbroglio indegno che è subito smascherato, poi la battaglia di Adua pone tragicamente fine ad una campagna militare organizzata con troppa sufficienza; in seguito la “politica di raccoglimento” inaugurata da Ferdinando Martini opta per una risoluzione dei problemi interni con una maggiore attenzione alla situazione dello Stato e della società italiana, senza “valvole di sfogo” esterne.

Nei primi del ‘900 si decide di rinunciare all’Africa Orientale e si organizza la spedizione in Libia, che è conquistata dopo una guerra con l’impero ottomano nel 1912.

Durante la seconda guerra mondiale si ritorna a parlare delle colonie africane e comparirà sul tavolo della pace il “Memoriale Colosimo” con il quale si auspicava la conquista dell’intera Etiopia da parte dell’Italia; Francia ed Inghilterra si opposero a queste richieste non pattuite e fecero delle controfferte, considerando anche le rivendicazioni su Fiume (che peraltro non avevamo chiesto prima della guerra e non figura negli “Accordi di Londra”).

Fu allora che gli oppositori del governo iniziarono la campagna della “Vittoria mutilata”, una grande strumentalizzazione orchestrata soprattutto da Nitti (che poi riuscirà a farsi eleggere Presidente del Consiglio nel 1922 con soli 35 deputati in cambio della soppressione di una scomoda commissione d’inchiesta sulle forniture militari durante la Grande Guerra) e dalla fazione cattolica impersonata dal senatore Tittoni, in contrasto con il governo per il prolungamento della questione romana.

Dunque è il governo Mussolini ad ereditare queste aspirazioni di conquista in Africa:

in un primo tempo egli cerca di ottenere una penetrazione economica nella zona, stipulando nel 1928 degli accordi che prevedevano la costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba e di una strada che avrebbe messo in comunicazione l’altopiano etiopico di 2000 metri con le pianure a sud; questi accordi di “cooperazione tecnica” non furono mai resi operativi dagli etiopici (il dislivello dell’altipiano era la loro unica difesa naturale da un attacco).

Mussolini tentò allora la carta diplomatica, cercando di ottenere da Francia ed Inghilterra l’assenso alla costruzione di una ferrovia nella zona sud pianeggiante dell’Etiopia per unire Eritrea e Somalia, in base ad accordi del 1906 sulla spartizione delle zone di influenza in Etiopia, senza ottenere grandi risultati. La situazione cambiò nel 1934.

I due paesi avevano stipulato nel 1928 anche un trattato di conciliazione e di arbitrato, ma nel 1934 vi fu un incidente a Ual-Ual in cui furono uccisi 30 indigeni dell’esercito italiano.

Mussolini prima rifiutò l’arbitrato poi, preoccupato dal ricorso etiopico alla SDN, lo accettò; l’arbitrato fallì e iniziarono preparativi militari italiani in Eritrea, con truppe irregolari formate soprattutto da “cani sciolti” appartenenti alle camice nere, cosicché l’Etiopia fece un nuovo ricorso, il giorno prima dell’annuncio del riarmo tedesco da parte di Hitler, ponendo in difficoltà le altre due potenze locarniane.

La Francia non aveva interessi in quella zona e con gli “Accordi di Roma” del gennaio 1935 Laval aveva dato a Mussolini il via libera in Etiopia (a condizione tuttavia che questo non provocasse una guerra), mentre l’Inghilterra, che vedeva come una minaccia alla via delle Indie e ai suoi possedimenti in Africa la costituzione di un’Africa Orientale Italiana, moltiplicò gli avvertimenti a Mussolini.

Durante tutto il 1935 vi furono dei negoziati dai quali uscirono varie proposte, come quella di un “mandato comune franco-anglo-italiano” sull’Etiopia (nonostante questa fosse uno stato membro della SDN) in cui gli italiani avrebbero avuto l’amministrazione e l’esercito; Mussolini rifiutò tutte le proposte.

A questo punto gli inglesi tentarono con le minacce, concentrando gran parte della flotta britannica a Gibilterra e ad Alessandria, nonostante essi non desiderassero una guerra in cui avrebbero agito da soli; la situazione cambiò quando da un sondaggio sull’opinione pubblica inglese il governo comprese la volontà di pace della nazione (“peace ballot”) e Laval propose agli inglesi delle “conversazioni militari” in cambio di un allentamento della tensione etiopica.

Mussolini sfruttò questa situazione, richiamò le camice nere e iniziò delle vere operazioni militari in Etiopia nell’ottobre 1935, ma ancora con l’intenzione di annettere solo la zona sud.

La SDN reagì subito adottando contro l’Italia delle sanzioni finanziarie ed economiche, ma solo l’embargo sulle armi e il divieto di alcune esportazioni (tra le quali, forse su pressioni inglesi e francesi, non furono inserite quelle dei prodotti utili alla guerra); in effetti si era molto lontani dalla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie con l’aggressore disciplinata dall’art. 16 del Conveant (patto) della SDN. Inoltre, gli Stati Uniti, non facendo parte della SDN, rifiutavano di applicare le sanzioni, vanificando in definitiva gli sforzi della SDN.

Un tentativo estremo per fermare Mussolini fu tentato in dicembre, quando fu presentato un piano anglo-francese (piano Laval-Hoare) che consegnava all’Italia 2/3 dell’Etiopia e le garantiva un controllo sul restante territorio (teoricamente uno stato etiopico indipendente), concedendo più terre di quante gli italiani avessero fino allora conquistato e desiderassero.

L’Etiopia fu praticamente costretta ad accettare, tuttavia il piano fallì poiché arrivò a conoscenza dell’opinione pubblica inglese e tedesca che protestarono vivacemente (il governo nazista vedeva in questo piano un ricompattamento del fronte di Stresa e fece una grossa campagna informativa per farlo fallire); Mussolini, irritato per il fallimento, denunciò in un sol colpo gli accordi di Roma e quelli di Stresa e congelando quelli Gamelin-Badoglio.

L’esercito fu incrementato e si passò ad una vera e propria guerra dal gennaio 1936.

L’Inghilterra tentò allora l’embargo sui prodotti petroliferi ma gli USA potevano rifornire senza problemi l’Italia, decretando il definitivo fallimento delle sanzioni.

La scontata vittoria arrivò tre mesi dopo ed il 7 marzo 1936, catturato l’interesse internazionale sulla denuncia da parte della Germania del trattato di Locarno, Mussolini poté negoziare la pace richiesta dall’Etiopia senza alcuna limitazione; il colpo di forza italiano era così perfettamente riuscito, ma nello scacchiere internazionale era cambiato molto.

Per aumentare il peso politico dell’Italia, Mussolini cercò appoggi in Germania, sperando così in un addolcimento dell’Inghilterra sull’Etiopia ed in effetti il piano riuscì perfettamente; tuttavia con questa scelta l’Italia abbandonava il tavolo dei vincitori e con la denuncia degli accordi di Stresa passava definitivamente nel campo dei paesi revisionisti, di cui la Germania nazista era sicuramente il leader, dando così più forza ai piani di Hitler e divenendo prigioniera del programma revisionista di espansione territoriale quasi mai supportato da chiare manovre politiche, come dimostrano le assurde rivendicazioni “Gibuti, Tunisia, Corsica, Nizza, Savoia” fatte conoscere ai francesi nel 1938 attraverso le acclamazioni invasate nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni direttamente dai “parlamentari” fascisti.

La conseguenza più importante di questo avvicinamento italo-tedesco fu la perdita della indipendenza austriaca (prima con l’accordo austro-tedesco nell’estate del 1936, poi con la definitiva annessione nel 1938) ed il progressivo convincimento del Duce ad abbandonare la politica estera danubiana e concentrarsi verso il Mediterraneo e le colonie.

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sabato 13 febbraio 2010

Parte I, Capitolo I, Paragrafo 3 e 4: Lo smembramento dell’Austria-Ungheria e I Balcani

Trattato di pace, smembramento e Anschluss

Il trattato di Saint-Germain-en-Laye del settembre 1919 regolò le sorti dell’Austria. Gli alleati cercarono di applicare il principio di nazionalità, ma furono avvantaggiati gli stati che avevano combattuto al loro fianco (Serbia, Romania, Grecia e Cecoslovacchia), mentre Austria, Ungheria e Bulgaria furono alquanto scontenti della pace (stati “revisionisti”).
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L’Austria perse a favore dell’Italia il Trentino ed il Tirolo meridionale, più complicata fu la questione della Venezia-Giulia, della Dalmazia, di Trieste e Fiume, poiché l’espansionismo italiano si scontrava con le rivendicazioni del nuovo Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni.
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A nord si formò nel dicembre 1918 la nuova Repubblica cecoslovacca comprendente la Boemia, la Moravia, la Slesia ed il Sudeti, una regione con una forte presenza tedesca che tentò invano un’unione con la Germania.

Ad est l’Austria cedette la Bucovina alla Romania, mentre la Galizia (dopo forti contrasti ed indecisioni degli Alleati) fu affidata alla neo costituita Polonia solo nel 1923.

A sud-est nasceva il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che, oltre a queste regioni, comprendeva anche la Dalmazia, la Bosnia e l’Erzegovina.

In conclusione l’Austria diventa un piccolo stato con sette milioni di abitanti.

Forte è la tentazione degli austriaci ad unirsi alla Germania, per ragioni culturali ed economiche; i plebisciti organizzati in Austria nel 1918 vedevano il 99% di consensi a favore dell’unione. Tuttavia gli alleati proibirono l’Anschluss nel Trattato di Versailles e in quello di Saint-Germain-en-Lays.
Contro l’unione austro-tedesca erano soprattutto la Francia e l’Italia (che non voleva offrire alla minoranza tedesca in Alto-adige un punto di riferimento così forte come la Grande Germania); relativamente favorevoli erano invece Stati Uniti ed Inghilterra.
Per impedire l’anschluss fu usata ancora impropriamente la SDN: i diplomatici riconoscevano il diritto all’unione del popolo tedesco ma decisero che in merito avrebbe deliberato il Consiglio (dove le decisioni dovevano essere approvate all’unanimità).
Il voto contrario di Francia ed Italia rese l’unione irrealizzabile, nonostante la pronuncia favorevole del Parlamento austriaco e il già citato referendum.

Frontiera italo-austriaca

L’Austria cede con il trattato la zona meridionale del Tirolo (in Italia chiamata Alto Adige) che si unisce al Trentino Alto Adige, benché la maggioranza della popolazione fosse di lingua tedesca.
Più complicata fu la definizione della questione della Venezia-Giulia, in particolare di Trieste e della costa dalmata.
L’Italia nel 1915 aveva stipulato con le potenze Alleate un Trattato segreto che prometteva all’Italia il controllo completo su tutta la Venezia Giulia, una parte della Carinzia ad eccezione del porto di Fiume. Tuttavia il Presidente americano Wilson si opponeva all’applicazione di questo trattato perché in contrasto con il principio di nazionalità. L’Italia comunque contestava anche il fatto che in contrasto con il principio di nazionalità e gli accordi stessi di Londra, fosse accettabile la creazione di una Grande Jugoslavia (Serbia e Montenegro secondo gli accordi dovevano rimanere indipendenti). La creazione di una potenza regionale antagonista sull’Adriatico aveva sempre incontrato la resistenza dell’Italia. Quindi l’Italia finì per rivendicare anche Fiume.
La Jugoslavia da parte sua rivendicava tutta la regione Istriana e Dalmata e gran parte della Venezia Giulia ed era appoggiata dal Presidente Wilson, che nell’Aprile del 1923 dichiarò che l’Italia non poteva vantare alcun diritto sulla città di Fiume, rivolgendosi all’opinione pubblica italiana e senza consultare il Governo di Roma.
Vittorio Emanuele OrlandoOrlando, Ministro degli esteri italiano, abbandonò la Conferenza di Parigi nel Maggio del 1923, per farvi ritorno solo dopo che la proposta di far risolvere il problema direttamente da Italiani e Jugoslavi senza influenze esterne fosse accettato.
L’Italia proponeva di creare uno stato cuscinetto di circa 200.o00 abitanti che avrebbe dovuto attraverso un plebiscito decidere della sua sorte 15 anni dopo, sotto il controllo della SDN, ma questa proposta fu respinta dagli Jugoslavi.
Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio con un piccolo gruppo di uomini occupa Fiume per prepararne l’annessione all’Italia. Creò uno stato indipendente (come del resto nella volontà dell’Italia). La Conferenza di Parigi rimandò alla decisione fra Italia e Jugoslavia (che aveva perso l’appoggio di Wilson, sostituito nel frattempo da Hardings alla Presidenza degli USA) la determinazione del problema: queste due, pressate da problemi interni, arrivarono ad una determinazione sostanzialmente favorevole all’Italia.
Tuttavia l’8 settembre del 1920, Gabriele D’Annunzio riutandosi di uniformarsi alle decisioni diplomatiche fondò la “Reggenza del Carnaro”, che doveva estendersi a tutti i territori della Dalmazia.
D'Annunzio ch entra a Fiume
Con il Trattato di Rapallo del 1920 Italia e Jugoslavia determinavano i loro confini e stabilivano l’indipendenza di Fiume. Non uniformandosi alle decisioni prese, il Generale Cavriglia finì per bombardare Fiume e trarre in arresto lo stesso D’Annunzio, ponendo fino alla sua Reggenza.

Smembramento dell’Austria ad est e a Sud-est

L’Austria cedette alla Romania la regione della Bucovina, mentre la Galizia inizialmente non fu assegnata alla neo costituita Polonia ma consegnata alle Potenze alleate. Inizialmente per questa si pensò alla creazione di un mandato sotto la SDN di 25 anni, ma infine nel 1923 la Polonia poté annettere la regione al suo territorio.
La Bucovina
Perdita della Galizia:
La Galizia
L’Ungheria perse gran parte del suo territorio: al sud cedette tutta l’Istria e la Slovenia al neo-costituito Regno di Jugoslavia e in parte all’Italia. A Nord perse completamente tutti i territori fino alla Rutenia Subcarpatica, che andarono a costituire la regione della Slovacchia, poi unita al Regno di Boemia per formare la Cecoslovacchia. Gran parte della Transilvania invece fu ceduta alla Romania,
Ungheria - perdite territoriali 1919

Acquisizioni della Romania

Oltre alla citata porzione del territorio conquistato all’Ungheria, la Romania annette a Sud la Dobrugia meridionale e mantiene nonostante le proteste sovietiche la Bessarabia a Nord. La Romania è lo stato europeo con il maggior numero di etnie allogene nel suo territorio: per questo il Trattato di Saint-German-en-Laye prevedeva importanti garanzie di tutela per le minoranze.
Queste disposizioni furono duramente contestate dal primo ministro Bratianu, che dopo un ultimatum delle potenze alleate dovette cedere il potere a Voevod, che firmò il trattato.
Territori persi dalla Bulgaria
La regione della Bessarabia contesa con l’Unione Sovietica: