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domenica 11 aprile 2010

Il "Nuovo Ordine" giapponese in Estremo Oriente.

Capitolo VII, Paragrafo II

Nelle settimane nei mesi che seguirono allo scoppio delle ostilità, i giapponesi riportarono considerevoli successi militari. L'attacco a Pearl Harbor (7 dicembre 1941) aveva reso utilizzabile gran parte della flotta americana nel Pacifico.

Inoltre la distruzione di alcune corazzate britanniche in Malesia aveva parzialmente annientato la flotta britannica dell'oceano indiano. I giapponesi erano sbarcati in dicembre nel Siam, avevano attaccato la Malesia britannica. Nel febbraio del 1942 Singapore dovette arrendersi.

Il 10 dicembre del 1941 erano sbarcati nelle Filippine. Il grosso dell'esercito americano dovette ritirarsi. Il generale americano MacArthur lasciò le Filippine, ma giurò di ritornarvi. I giapponesi si insediarono nel gennaio del 1942 anche nel Borneo e in Nuova Britannia. Una grave disfatta navale degli alleati aveva permesso ai giapponesi di conquistare Giava, dove il governatore olandese si arrese senza condizioni. Nel dicembre del 1941 si erano già impadroniti di Hong Kong. Nell'aprile del 1942 cominciavano a minacciare l'Australia a partire dalla nuova Guinea e dalla nuova Britannia.

Gli americani reagirono insediando un'importante base navale nella Nuova Caledonia francese e nelle Nuove Ebridi. Nell'aprile del 1942 il generale MacArthur fu nominato comandante del Pacifico di sud-ovest. Mentre l'ammiraglio Nimitz assunse il comando delle forze del Pacifico centrale. Queste misure e la concentrazione nuove forze navali permisero agli americani di scatenare un'importante battaglia nel Mar dei coralli che impedì momentaneamente al Giappone di avanzare ulteriormente (maggio 1942). A partire dal giugno del 1942 la flotta americana cominciò a riportare notevoli successi, iniziati dal grande successo nella battaglia delle Midway. L'equilibrio delle forze navali nel Pacifico era ora sul punto di di stabilirsi. Così a partire dal luglio del 1942 la lotta si stabilizzò.

I giapponesi, divenuti ormai padroni dell'Indocina, nel Siam e della Malesia, si erano impossessati anche della Birmania (gennaio-aprile 1942). Nel nord del Pacifico erano sbarcati in diversi arcipelaghi.

L'occupazione giapponese delle Filippine

Nel 1934 il presidente Roosevelt aveva ratificato una legge secondo la quale, dopo un periodo transitorio di 10 anni, le Filippine avrebbero ottenuto La completa indipendenza. Nel 1935 una costituente filippina aveva votato una costituzione sul modello di quella americana e Manuel Quezon era stato eletto presidente (1941). Ma nel frattempo il Giappone aveva conquistato tutto l'arcipelago. All'arrivo dei giapponesi nel gennaio del 1942, Quezon fuggì negli Stati Uniti.

Alla fine dell'anno i giapponesi costituirono un partito unico di tipo totalitario. Tutti gli organismi politici ed economici furono posti sotto l'autorità giapponese. Il governo giapponese decise di andare oltre: nel maggio del 1943 il primo ministro del Giappone visitò l'arcipelago. In quell'occasione fu eletta una Assemblea costituente che approvò una nuova costituzione. Nell'ottobre del 1943 l'amministrazione militare giapponese dichiarò che cedeva il potere alla nuova Repubblica indipendente delle Filippine. Così a Tokio i nuovi plenipotenziari filippini firmarono un patto di alleanza con il Giappone. Fu solamente nel settembre del 1944, dopo l'inizio dei bombardamenti alleati sulle Filippine che il governo filo-giapponese dichiarò guerra alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti.

I giapponesi durante la loro occupazione fecero un grosso sforzo per spazzare via le tracce di americanizzazione dall'arcipelago, ma portarono anche verso il Giappone una grossa parte della ricchezza del paese. Così il malcontento dovuto all'invasione e la crisi economica suscitata da questa esportazioni coatte favorì la formazione di importanti movimenti di resistenza. Dal suo esilio il presidente Quezon tentò di coordinare i vari movimenti di resistenza. Nel giugno del 1944 fu votato dal Congresso americano una risoluzione favore della restaurazione della democrazia nelle isole Filippine e la concessione dell'indipendenza alla data del 4 luglio del 1946. Alla fine di ottobre del 1944, le truppe americane al comando di MacArthur sbarcarono ed iniziano liberazione delle Filippine, che si sarebbe completata nel febbraio del 1945.

Le Indie olandesi.

Nella vasta colonia olandese d'Indonesia, i giapponesi adottarono metodo analogo. Si proclamarono campioni dell'indipendenza rispetto al Olanda. Già prima dell'occupazione, il leader nazionalisti indonesiani avevano reclamato l'autonomia e la sostituzione del nome "Indonesia" a quello di "Indie olandesi". Avevano anche ottenuto dal governo della regina Guglielmina, rifugiato a Londra, la promessa che dopo la guerra sarebbe stata riunita una conferenza imperiale per creare una confederazione olandese-indonesiana.

Quando i giapponesi si impadronirono dell'arcipelago, iniziò un'intensa propaganda in favore della costituzione di un governo filo-giapponese. Il nuovo movimento di indipendenza nazionale era presieduto da un indonesiano. Come nelle Filippine, il leader nazionalisti si divisero in due gruppi. Uno, diretto da Sukarno e Hatta, deciso a collaborare con i giapponesi. Un altro invece organizzò la resistenza contro giapponesi. Nel giugno del 1943, il primo ministro giapponese, il generale Tojo, fece un viaggio a Java, in cui promise di indonesiani una partecipazione al governo del paese. Così in settembre fu creato un Consiglio consultivo centrale, presieduto da Sukarno. Questi accompagnato da Hatta, fece un viaggio a Tokio nel novembre del 1943: ma differenza delle Filippine e della Birmania non si trattò ancora di indipendenza. Fu solamente nel settembre del 1944 che il governo giapponese promise d'Indonesia l'indipendenza. Nell'agosto del 1945 fu annunciata la decisione giapponese di accordare all'Indonesia l'indipendenza totale e immediata. Forse l'intenzione era quella di creare disordini nel paese dopo l'imminente capitolazione giapponese. In ogni caso il leader indonesiani il 14 agosto del 1945 pubblicarono una dichiarazione d'indipendenza.

La Birmania

quando conquistarono Birmania, giapponesi vi trovarono un regime di autonomia stabilito dagli inglesi nel 1935. Tuttavia il governatore britannico manteneva il diritto di veto sugli atti del parlamento e continuava ad esercitare un'autorità assoluta su larghe parti del territorio. Nel 1941 il leader del partito patriottico si recò a Londra per ottenere da Churchill La proposta che La Birmania avrebbe ceduto dopo la guerra lo status di Dominions. Churchill rifiutò. Nell'agosto del 1943 il Giappone accordò l'indipendenza La Birmania e creò un governo satellite. Questi dichiarò guerra all'Inghilterra e gli Stati Uniti. Tuttavia, durezza dell'occupazione giapponese La crisi economica dovuta all'arresto delle esportazioni diviso favorirono sviluppo più piccolo movimento di resistenza parzialmente soggetto all'influenza comunista.

La riconquista della Birmania da parte degli alleati (fine 1944-maggio 1945) pose termine al governo filo-giapponese, ma il sentimento nazionalista birmana aveva sviluppato nel frattempo un'agitazione comunista.

La Malesia britannica

I movimenti nazionalisti erano all'inizio meno attivi Malesia che in Birmania. La presenza di numerosi cinesi e indiani riduceva le teniamo anziana ad una parte minoritaria della popolazione e rendeva utile l'arbitrato britannico. Il governo cinese nazionalista di Ciang Kai Scek si sforzava di distoglier i cinesi della Malesia da un sentimento di patriottismo malese. La conquista giapponese si spiega con l'insufficienza dei preparativi militari britannici i con la mancata complicità della popolazione come giapponesi. Inversamente resistenza giapponesi fu molto più forte in Birmania. Questi invece di programmare un'indipendenza illusoria, preferirono stimolare sentimenti di diffidenza dei malesi nei confronti di cinesi. Quando il Giappone si rese, le truppe britanniche che sbarcarono in Malesia furono accolte con entusiasmo.

Il Siam o Thailandia e l'Indocina francese

Nel giugno del 1939 il Siam cambiò il nome in Thailandia. Questo significava il rifiuto della dominazione di origine straniera e lo sviluppo di un movimento xenofobo. Il partito nazionale popolar tutti partiti rivali instaurò un regime a partito unico. La Thailandia era in buone relazioni con il Giappone cementavano sempre più La loro partecipazione al commercio del paese. Il Giappone aveva anche partecipato alla breve guerra che le opposto La Thailandia la Francia e avevo obbligato quest'ultima accedere ai thailandesi alcune province del Laos e dalla Cambogia. Quando i giapponesi nel dicembre del 1941 sbarcarono in Siam, La resistenza fu insignificante e il primo ministro dichiarò guerra ai inglesi e americani nel gennaio del 1942. A differenza degli altri paesi, il Giappone non dovete creare di sana pianta un governo satellite ma potevo utilizzare il governo esistente. Un governo rivale si insediò però nel nord del paese e assunse il comando di un movimento di resistenza anti-giapponese organizzato con la collaborazione di Stati Uniti Gran Bretagna. Il re, che in quel momento non era nel paese, scelse questo movimento di resistenza. Il governo filo giapponese cadde e il nuovo primo ministro si sforzò di praticare una politica più favorevole agli anglosassoni.

Si è visto come le autorità francesi di Indocina fossero state obbligate a permettere giapponesi di occupare fattivamente l'Indocina del nord (settembre 1940), e poi successivamente tutta l'Indocina (luglio 1941). Sembra che le autorità della colonia avessero brigato durante la guerra una politica di attesa. Si temeva in effetti i cinesi nazionalisti, ostili alla colonizzazione francese, si impadronissero del paese. Per impedire che le guarnigioni francesi aiutassero l'eventuale sbarco alleato in Indocina, i giapponesi decisero però di modificare la situazione. Nel marzo del 1945 fu indirizzato un ultimatum in cui si reclamava una cooperazione più stretta per la difesa comune dell'Indocina. L'ammiraglio Decoux rifiutò e questo provocò alla reazione giapponese, che annientarono le guarnigioni francesi. L'imperatore Bao Dai, sino ad allora sotto protettorato francese, a questo punto proclamò l'indipendenza e costituì un nuovo governo. I re di Cambogia e del Laos è fecero lo stesso. Ma al governo dell'imperatore vietnamita si opponeva il partito comunista diretto da Ho Chi Minh. Quest'ultimo riceveva armi e appoggio tecnico dagli americani e si era insediato solidamente nel nord del Tonchino. Quando i giapponesi capitolarono si costituì un governo provvisorio comunista, sotto la presidenza di Ho Chi Minh, che proclamò l'indipendenza nel paese.

Così il metodo giapponese nel sudest dell'Asia era consistito in uno sforzo per creare ovunque governi satelliti strettamente sottomessi a Tokio.

L'India

La minaccia giapponese sull'India rendeva particolarmente urgente la necessità di dare soddisfazione dei sentimenti nazionalisti molto sviluppati nel paese. Nel partito della Congresso, Gandhi faceva un attiva propaganda in favore della neutralità e della non resistenza. Solo una minoranza, capeggiata da Nehru, sebbene ostile alla dominazione inglese, dichiarava che non sarebbe stata limitati in alcun modo la cooperazione con lo sforzo bellico inglese e che l'India avrebbe resistito con la forza qualsiasi tentativo di invasione da parte del Giappone. Il presidente Roosevelt aveva suggerito a Churchill che il governo britannico concedessi immediatamente l'indipendenza all'India; il primo ministro britannico però rifiutava energicamente questa eventualità. Riteneva infatti che una indipendenza concessa in piena guerra avrebbe gettato l'India nel caos e facilitato un'invasione giapponese. Contro il partito del congresso si era però schierata la Lega musulmana, rappresentante oltre 100 milioni di abitanti. La Lega musulmana rifiutava la creazione di uno Stato indiano unico in cui musulmani sarebbero stati minoranza.

Il gabinetto di guerra britannico decise quindi di rifiutare la concessione dell'indipendenza in piena guerra, ma la promise per il periodo immediatamente successivo, a condizione che questo fosse il desiderio espresso da una Assemblea costituente indiana.

Nonostante un tentativo fallito di mediazione, non vi fu un mutamento consistente durante la guerra, né i disordini il pacifismo di Gandhi poterono in alcun modo nuocere al morale dell'esercito indiano.

L'esercito nazionale indiano

I giapponesi cercarono attualmente di sfruttare il nazionalismo indiano nell'interesse della loro causa. Crearono con una parte delle truppe indiane fatte prigioniere Singapore è, un esercito nazionale indiano che contava circa 10.000 uomini. Nel 1943 l'esercito nazionale indiano fu posto sotto il comando del leader nazionalista Bose. Il primo ministro giapponese, generale Tojo, arrivò a Singapore è nell'ottobre del 1943 e passò in rivista il nuovo esercito nazionale indiano. In ottobre era stato anche creato un governo indiano filo-giapponese con Bose come capo di Stato. Questo governo fantoccio dichiarò guerra agli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Esso però fu praticamente disintegrato quando gli alleati riconquistarono la Birmania, paese nel quale si era nel frattempo insediato. Vi è da rilevare che l'armata delle Indie che combatteva con gli alleati comprendeva 2 milioni e mezzo di uomini, tutti volontari, mentre l'esercito nazionale indiano non supera mai i 30.000 uomini.

La Cina

Nella parte della Cina rimasti indipendente il problema essenziale era quello delle relazioni fra il governo nazionalista e i comunisti. I buoni rapporti stabiliti nel settembre del 1937, in occasione dell'avanzata giapponese, non avevano tardato a deteriorarsi nell'agosto del 1938. Le ostilità non erano riprese in grande scala. Tuttavia, nel gennaio del 1941, vi fu un incidente che portò ad una vera e propria battaglia. Non fu concluso alcun accordo dopo quest'incidente gli scontri fra nazionalisti comunisti continuarono. Nel maggio del 1944 si incontrarono i delegati delle due parti, che non raggiunsero alcun accordo, ma lanciarono l'idea di un governo di coalizione. Gli americani seguirono da vicino questi avvenimenti. Ma i loro rappresentanti locali erano divisi.

Da un lato il generale Stilwel auspicava la collaborazione fra nazionalisti comunisti e vaste operazioni terrestri contro i giapponesi. Altri invece preferivano limitarsi ad operazioni di bombardamento. Chang Kai Sheck peraltro detestava il generale Stilwel e riuscì a farlo richiamare nell'agosto del 1944. Nel giugno del 1944, il presidente Roosevelt incaricò il vice presidente di visitare La Cina per esaminare il suo sforzo bellico e come poteva essere sostenuto. Questi suggerì a Ciang Kai Sheck una mediazione americana fra il governo nazionalista i comunisti. Il generalissimo finì per accettare l'invio di una missione in territorio comunista (giugno). Ma insistete sul fatto che i comunisti non erano in buona fede.

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domenica 21 marzo 2010

Il contrasto tra il Giappone e gli Stati Uniti e la rottura (1939-1941)

 

Negli Stati Uniti, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale l'isolazionismo perse progressivamente terreno. Una forte tendenza dell'opinione pubblica, guidata soprattutto dall'ex segretario di Stato Stimson e da diversi quotidiani, sosteneva l'idea che occorreva distinguere fra aggressore vittima, e cessare di predicare una neutralità senza condizioni. Inoltre molti americani erano irritati nel vedere il Giappone bombardare le popolazioni civili.

L'evoluzione del politica giapponese

Da parte giapponese, vi fu un cambiamento di atteggiamento del governo in occasione delle dimissioni nel gennaio del 1939 del principe Konoye, che fu sostituito da un governo militarista vicino alle posizioni dell'Italia della Germania.

Konoye

Infatti questi due paesi firmarono il "patto d'acciaio" nel maggio del 1939. Restava da capire se il Giappone intendeva aderire a una vera e propria alleanza oppure si sarebbe accontentato di parteciparvi in termini molto vaghi com'era accaduto per il patto anti-Komintern che aveva firmato nel 1936.

Il nuovo governo giapponese inizialmente esitò, tanto da proporre gli Stati Uniti di unirsi al Giappone in un tentativo di mantenimento della pace in Europa. Fu però assai preoccupato nel vedere gli americani denunciare il trattato di commercio. Peraltro il Giappone era soddisfatto della firma del patto anti-Komintern.

Infatti la minaccia che Hitler faceva pensare sull'Occidente aveva impedito alle democrazie europee di aiutare La Cina nella sua lotta contro il Giappone. Tuttavia, Hitler non era contento della guerra cino-giapponese, e avrebbe preferito porre le basi per un trattamento privilegiato della Germania per il commercio con La Cina. Il gabinetto Konoye aveva accettato l'idea di aderire ad un'alleanza difensiva con la Germania l'Italia, ma a condizione che questo trattato fosse rivolto esclusivamente contro l'unione sovietica, cosa che non conveniva ad Hitler. L'esercito giapponese voleva invece un'alleanza molto più generale. I negoziati proseguirono durante tutta l'estate del 1939.

Ma il 21 agosto Von Ribbentrop telefono all'addetto militare giapponese a Berlino per informarlo che stava recandosi a Mosca per firmare un patto con la Russia sovietica. Il governo giapponese considerò questo patto come un tradimento e anche l'esercito nel fu profondamente scontento.

Il 18 settembre, quando Hitler si era assicurato l'occupazione tedesca in Polonia, con parecchio ritardo il governo giapponese presentò alla Germania una protesta. Ma nel frattempo in Giappone vi era stato un rovescio di governo che avrebbe portato il generale Abe al comando.

Lo scoppio della guerra in Europa indusse gli Stati Uniti a preparare più attivamente la loro difesa e ad aumentare la produzione di armamenti. Questo rendeva necessaria una limitazione dell'esportazione di materie prime verso il Giappone. Il 26 settembre, Roosevelt chiese alle imprese private di cessare l'esportazione di 11 materie prime. Il 3 novembre, il congresso rivide la legge di neutralità sopprimendo l'embargo sulle armi e sulle munizioni. Si stava sviluppando l'idea negli Stati Uniti di dover agire con dolcezza ma anche con determinazione. Per di più Francia e Inghilterra, occupate in Europa in un duro conflitto, non potevano più agire in Estremo Oriente, e questo cresceva le responsabilità dell'America. All'inizio del 1940 gli Stati Uniti rifiutarono di rinnovare il trattato di commercio con il Giappone. Questa politica portò alla caduta del governo Abe, che l'esercito non riteneva abbastanza energico.

I progetti di espansione verso il sud

Nel 1940 il governo giapponese si orientò deliberatamente verso una politica di espansione nei mari del Sud. Ancor prima dell'invasione dell'Olanda e della Francia da parte della Germania, nel gennaio del 1940 il Giappone dichiarò che rinunciava al trattato di arbitrato e di conciliazione che aveva firmato con i Paesi Bassi, chiedendo a quest'ultimo paese che gli venissero accordate vantaggi commerciali e lindi olandesi. Cordel Hull in aprile dichiarò che gli Stati Uniti erano contrari ad ogni cambiamento politiche in Indonesia, e nel mese di maggio propose agli inglesi un passo comune su quest'argomento presso il governo giapponese, senza però prendere alcun impegno di intervento nelle Indie olandesi.

In effetti, è verso l'Indocina che si rivolsero gli interessi del Giappone. Nel giugno del 1940 il governo giapponese chiese al maresciallo Pétain di permettere ad una missione militare giapponese di operare in Indocina. Il suo scopo era di tagliare i rifornimenti verso La Cina nazionalistica di Ciang Kai Scek. Il governatore generale dell'Indocina aveva accettato di sospendere il movimento di materiale bellico, ma questo non bastava giapponesi. La Francia accettò anche l'arrivo di una missione giapponese di osservazione, mentre il Giappone aveva anche chiesto all'Inghilterra di ritirare le sue truppe da Sciangai e di chiudere la frontiera di Hong Kong, come anche la strada della Birmania. In seguito al loro rifiuto, in luglio fu firmato un accordo anglo-giapponese che sospendeva per tre mesi il trasporto di materiale bellico verso La Cina.

Il ministro degli esteri giapponese nel giugno del 1940 aveva dichiarato che era necessario stabilire un nuovo ordine in Estremo Oriente. Si trattava di un vero e proprio ramo politico, che sarebbe stato realizzato "con mezzi pacifici". Quest'ultima frase però scontentò l'esercito. Il governo fu giudicato troppo pacifista e fu obbligata a rassegnare le dimissioni in luglio. Il principe Konoye accettò nuovamente di costituire il nuovo gabinetto, questa volta molto più favorevole ai fautori della guerra. Il programma segreto elaborato dal nuovo governo prevedeva:

  1. Di affrettare la guerra alla Cina;
  2. Di risolvere il problema della "nuovo ordine" nei paesi asiatici, in un quadro di riavvicinamento alla Germania e all'Italia, assumendo un atteggiamento più severo nei confronti della Cina, di Hong Kong e delle concessioni straniere in Cina.

L'occupazione del Tonchino e la risposta americana

Il Giappone, in seguito a questo cambiamento di governo, adottò immediatamente delle misure, indirizzando un ultimatum il 1 agosto al governo di Vichy, in cui esigeva il diritto di inviare delle truppe nella regione del Tonchino e di controllarvi gli aeroporti. Sotto pressione tedesca, il governo francese cedette. Così il 29 agosto fu firmata Tokio un accordo che garantiva queste richieste il Giappone. In cambio il governo nipponico prometteva di rispettare la sovranità francese in Indocina.

Fu inviata e lindi olandesi una missione giapponese che chiese la concessione di privilegi economici specialmente per quanto riguardava l'esportazione di petrolio verso il Giappone. Appoggiato dagli Stati Uniti dall'Inghilterra il negoziatore olandese resistette palmo a palmo.

In queste circostanze il governo americano prese una serie di energiche misure. Nel giugno del 1940 era stata votata una legge "sul rafforzamento della difesa nazionale", che autorizzava il presidente additarono limitare l'invio di qualsiasi prodotto necessario la difesa nazionale. Nei primi di luglio il presidente Roosevelt aveva posto sotto licenza l'esportazione di tre gruppi di prodotti, che includevano l'alluminio e pezzi di ricambio degli aerei. Verso la fine di luglio, Roosevelt firmò un decreto che sottoponeva a licenza l'esportazione dei materiali ferrosi, degli oli e dei carburanti per l'aviazione, fino alla decisione di metà settembre di interrompere completamente l'esportazione di metalli ferrosi. Era il primo grave colpo portato alla produzione bellica giapponese, dal momento che per più della metà dipendeva dalle esportazioni americane. Ma i dirigenti giapponesi continuarono ugualmente la loro politica di espansione territoriale.

Il patto tripartito 

Il Giappone rispose firmando a Berlino, il 27 settembre del 1940, il patto tripartito con la Germania e l'Italia.

Fin dalla sua costituzione, il ministero Konoye era disposto concludere un'alleanza con l'asse e desiderava far riconoscere alla Germania il predominio giapponese nella "sfera estremo-orientale". Von Ribbentrop voleva in cambio di vantaggi tangibili: riconoscimento reciproco del "nuovo ordine" in Europa in Asia e delle "sfera d'esistenza" giapponesi in estremo oriente, e tedesche e italiane in Europa e in Africa. La sfera giapponese si sarebbe estesa fino alle Indie. Il Giappone era risoluto ad usare la forza per raggiungere i suoi scopi, ma si sforzava di rimanere in pace con gli Stati Uniti. Sin dal 25 settembre Von Ribbentrop aveva fatto sapere a Molotov che questa alleanza non era diretta verso l'unione sovietica, ma contro gli Stati Uniti. Il trattato era breve, e negli articoli si fissava quanto detto prima: il riconoscimento del "nuovo ordine" in Asia orientale e in Europa, i principi della cooperazione politica, economica e militare, oltre alla cooperazione in caso di attacco di una de le potenze, ad eccezione di quanto già accaduto nella guerra europea con il conflitto cino-giapponese. I tre paesi si dichiaravano inoltre concordi nel non mutare la situazione politica esistente fra ciascuno di loro e l'unione sovietica.

Contrariamente al patto anti-Komintern, il patto tripartito non era più diretto contro l'unione sovietica ma contro gli Stati Uniti, arbitri della situazione nel Pacifico come in Europa.

Lo sviluppo della cooperazione anglo-americana nel Pacifico nuova linea nuova linea a partire dalla firma del patto tripartito (27 settembre), il governo americano e dei chiaramente coscienza che una guerra con il Giappone era possibile. Il problema era di sapere se bisognava prepararvisi stabilendo un embargo sui prodotti petroliferi, così sarebbe stato sufficiente preparare dei piani di resistenza accordi nati con la Gran Bretagna. Gli inglesi decisero in ottobre, con l'approvazione americana, di riaprire la strada della Birmania interrotta nel rispetto degli accordi di luglio con il Giappone.

La trionfale rielezione di Roosevelt, avvenuta nel 5 novembre, confermò La nuova tendenza dell'opinione pubblica americana in favore di una politica di fermezza. Non fu fatta alcuna promessa di difendere l'India olandesi in caso di attacco, nonostante le pressioni del governo australiano, ma fu accresciuto notevolmente l'aiuto verso La Cina. La politica dell'embargo progressivo nel frattempo in crudele La ogni settimana un numero sempre più crescente di prodotti soggetti a licenza. Furono avvistati anche alcuni politici giapponesi ufficiosamente gli Stati Uniti erano decisi ad appoggiare l'Inghilterra anche rischio di una guerra, dal momento dell'opinione pubblica era sempre più favorevole a questa eventualità.

Verso la fine del gennaio del 1941, iniziarono a Washington incontri segreti tra gli stati maggiori di Inghilterra, Stati Uniti e Dominions britannici. Le decisioni prese Washington furono estremamente importanti. In caso di entrata in guerra degli Stati Uniti era stabilito il principale sforzo militare americano doveva concentrarsi nella Atlantico e in Europa, essendo la Germania il membro principale dell'asse. Gli Stati Uniti avrebbero sviluppato le loro forze nel Atlantico e nel Mediterraneo, in modo da liberare le forze britanniche per la difesa dei territori britannici in estremo oriente. La flotta americana nel Pacifico non sarebbe stata incaricata della difesa di Singapore e, come gli inglesi però auspicavano, ma della produzione delle isole Hawaii, delle Filippine, di Guam e di altre isole del Pacifico. Questo piano fu approvato tra il mese di maggio e il giugno del 1940 dai due governi. Questo non impediva al segretario di Stato di tentare, nel frattempo, numerosi incontri con l'ambasciatore giapponese per tentare di raggiungere un accordo. Sembra infatti che l'ambasciatore giapponese presso gli Stati Uniti fosse sincero nel suo intento di trattativa, ma il suo governo lo poggiava sulla metà: gli americani erano a conoscenza delle realizzazioni giapponesi in quanto erano in grado di decodificare i loro codici segreti.

La base delle discussioni è un progetto secondo quale gli Stati Uniti avrebbero ristabilito completamente le loro relazioni commerciali con il Giappone e sarebbero intervenuti come mediatori presso Ciang Kai Scek, se il Giappone si fosse impegnato ad usare solo mezzi pacifici nei mari del sud, astenendosi dall'aiutare la Germania.

Le esitazioni giapponesi (primavera 1941)

In effetti fu solo durante la primavera del 1941 che il Giappone si preparò seriamente alla conduzione di una guerra. Dapprima il governo giapponese decise di chiarire con Berlino e Mosca La definizione precisa nella zona di influenza giapponese, la conclusione di un accordo con l'Urss che avrebbe armonizzato La politica di questo paese con quella delle potenze del patto tripartito. Il governo giapponese ignorava completamente l'intenzione di Hitler di attaccare l'unione sovietica. Hitler accettava volentieri questa prospettiva e incitava i giapponesi ad entrare immediatamente in guerra.
Matsuoka in un suo viaggio programmato in Germania, nel viaggio di andata il 23 marzo del 1941 passò per Mosca, offrendo a Stalin e a Molotov un patto di non aggressione. Poi dal 27 marzo al 4 aprile ebbe lunghe conversazioni con Hitler e Von Ribbentrop. Questi ultimi cercarono di persuaderlo essendo La disfatta inglesi imminente, il Giappone avrebbe avuto interesse a prendere immediatamente Singapore. Matsuoka, che non aveva il potere di prendere una tale decisione, si limitò a dichiarare che riteneva certa La guerra fra gli Stati Uniti Giappone, ma che non poteva fissarne la data. D'altra parte, Hitler cercò di dissuaderlo da concludere un patto di non aggressione con l'Urss, che avrebbe potuto diventare un nemico, senza però svelare le sue reali intenzioni aggressive nei confronti di questo paese.

Al ritorno Matsuoka passò di nuovo per Mosca: Stalin era cosciente del pericolo tedesco, abbandonò tutte le condizioni che aveva posto prima alla firma di un accordo. Si giunse così il 13 aprile alla firma di un patto di neutralità valido per cinque anni che fu immediatamente approvato dal governo giapponese. I due paesi si impegnavano a rimanere neutrale se l'uno all'altro fossero diventati "oggetto di ostilità da parte di una o più potenze". Nulla era detto invece circa le zone di influenza. Hitler fu assai irritato per la firma di questo trattato.

Il 21 aprile, i principali dirigenti politici e militari giapponesi decisero di continuare i negoziati con gli Stati Uniti, ponendo però deve condizioni che, di fatto, rendevano impossibile un accordo. Si manifestarono due tendenze: quella dell'esercito, favorevole ad una guerra immediata; quella del principe Konoye e della marina, contraria d'una guerra contro gli Stati Uniti e fiduciosi Roosevelt per arrivare al regolamento del conflitto cino-giapponese. Quanto a Matsuoka, tornato dal suo viaggio, desiderava che in caso di guerra tedesco-sovietica, il Giappone combattè si affiancò la Germania. Chiedeva anche che fosse proposto agli Stati Uniti un patto di neutralità. In generale si trattava di un approccio estremamente confuso, cosa che lo indusse anche mandare verso la fine di maggio un messaggio al suo Ribbentrop chiedendogli di vita ad ogni costo una guerra contro la Russia. Quando il 22 giugno del 1941 La Germania attaccò l'Urss, Matsuoka invocò dall'imperatore l'ingresso in guerra del Giappone. Il principe Konoye vi si oppose.

Le decisioni giapponesi (giugno-luglio 1941)

La politica giapponese fu definita nelle conferenze dalla fine di giugno e gli inizi di luglio, nelle quali l'esercito fece prevalere le sue opinioni. Quella del 25 giugno decise l'estensione dell'influenza giapponese in Indocina e in Thailandia. Quella del 2 luglio, decise di spingere Ciang Kai Scek alla capitolazione con una manovra da sud. I preparativi per un eventuale guerra contro gli Stati Uniti l'Inghilterra sarebbero stati completati. Per sbarazzarsi di ogni opposizione, il gabinetto Konoye fu costretto a rassegnare le dimissioni il 16 luglio.

Il primo risultato delle decisioni del 25 giugno e del 2 luglio fu l'occupazione dell'Indocina. Si sa che verso la fine del settembre del 1940, il Giappone aveva ottenuto dei vantaggi dell'Indocina del nord. Aveva in seguito preso parte alla lotta che la Thailandia aveva iniziato contro la Francia (novembre 1940). Anche se le truppe francesi e la marina riportarono qualche   successo, la pressione giapponese non tardò a manifestarsi. Mentre il rapporto di alleanze cooperazione tra Giappone e la Thailandia aumentava, nel gennaio del 1941 quest'ultima accettò la mediazione giapponese sul conflitto scatenato contro la Francia. Minacciata da un intervento giapponese, nel marzo del 1941 il governo di Vichy si era rassegnata cedere alcuni territori della Cambogia e del Laos alla Thailandia. Un trattato di pace era stato firmato nel maggio del 1941.

Ma alla fine del giugno del 1941 con l'appoggio della diplomazia tedesca, il governo giapponese avanzò nuove rivendicazioni a proposito dell'Indocina. Si chiedeva il diritto di occupare nuovi aereoporti e nuove basi navali. In caso di rifiuto l'esercito giapponese si sarebbe impadronito con la forza di questi obiettivi.

Di fronte a queste pressioni, probabilmente sopportati da Berlino, il governo di Vichy cedette e con l'accordo del 31 luglio 1941 sanzionò le rivendicazioni giapponesi. Il Giappone avrebbe potuto inviare delle truppe dell'Indocina del sud; lo scopo di questo era in realtà minacciare Singapore è. L'occupazione ben immediatamente a partire dalla Cina del sud, dove le truppe giapponesi erano molto numerosi.

Di fronte a questa situazione piena di minacce, Gran Bretagna e Stati Uniti decisero di reagire energicamente. Sin dal 20 giugno era stata vietata l'esportazione dei prodotti petroliferi provenienti da tutti porti americani. In luglio ebbero luogo diverse conversazioni anglo-americane per studiare le rappresaglie da adottare nel caso in cui il Giappone avesse effettivamente invaso l'Indocina. Il 24 luglio si apprese che navi da guerra da trasporto cariche di truppe giapponesi erano in viaggio verso il sud dell'Indocina. Il 25 luglio, il presidente Roosevelt chiese di congelare tutti i fondi giapponesi negli Stati Uniti, cosa che danneggia notevolmente gli acquisti nipponici e permise al governo di interrompere ogni eventuale esportazione di prodotti petroliferi verso il Giappone. Si è Roosevelt e Churchill ritenevano che questa misura avrebbe scoraggiato l'intervento in guerra del Giappone nell'immediato. Il governo delle Indie olandesi avrebbe voluto l'assicurazione che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti se il paese fosse stato attaccato, ma il governo americano rifiutò di assumersi una simile responsabilità.

In occasione dell'incontro dell'Atlantico tra Roosevelt e Churchill nell'agosto del 1941 al largo di Terranova, la minaccia giapponese costituì uno degli argomenti principali di conversazione fra due uomini di Stato.

Churchill era più pessimista rispetto ad alcune settimane prima e proponeva che fosse dato al Giappone un avvertimento esplicito: proseguendo la sua espansione verso sud rischiava la guerra generale. Roosevelt accettò questo suggerimento, a condizione che fosse accompagnato da un'offerta di conversazioni con il Giappone. Ma Cordel al ritenne che in tal modo questo basta avrebbe esasperato il Giappone. Così ci si limitò due avvertimenti separati.

Gli ultimi i negoziati e il loro fallimento

il governo giapponese pensava di proporre degli incontri personali fra Konoye e Roosevelt e cercò di mitigare l'effetto prodotto sull'opinione pubblica internazionale dalle dichiarazioni dei governi inglesi e americane. Ma Roosevelt si oppose a ciò, nel timore che si sarebbe risolto in una specie di conferenza di Monaco asiatica. Il fallimento di questo progetto affrettò la caduta del governo Konoye. L'idea che i metodi diplomatici erano ormai superati si andava facendo strada in Giappone. Il cinque il 6 settembre una conferenza presieduta dall'imperatore ebbe luogo, dove fu dibattuto il programma della politica giapponese. Si decise che laddove metodi diplomatici non fossero stati più utili per raggiungere un accordo, il Giappone avrebbe mosso guerra agli Stati Uniti all'Inghilterra, e all'Olanda. Il capo di Stato Maggiore dell'esercito dichiarò che la campagna nei mari del sud sarebbe terminata in tre mesi. L'imperatore avanzò seri dubbi in proposito. In effetti l'esercito riteneva che le riduzioni considerevoli della fornitura di prodotti petroliferi e di molte altre materie prime da parte degli Stati Uniti rendeva necessaria una rapida conquista del sud-est asiatico. Ciò implicava la necessità di cacciare gli inglesi da Singapore e gli americani dalle Filippine e dalle altre isole del Pacifico. La data più favorevole per un'operazione di questo tipo sarebbe stata fra ottobre e novembre, al più tardi dicembre. Poiché si era già all'inizio di ottobre, bisognava prendere una decisione. Dopo alcuni giorni di aspre discussioni, prevalse il partito della guerra rispetto a Konoye, che rassegnò definitivamente le dimissioni. Il due e il 5 novembre una conferenza stabilì che sarebbero state fatte agli Stati Uniti delle proposte finali e che se, il 25 novembre, non fosse stata raggiunta alcun accordo, l'imperatore avrebbe deciso nella guerra. Le proposte giapponese precisavano:
uno. Che sarebbe stata accettato il principio dell'uguaglianza economica in Cina e nel Pacifico, se questo uguaglianza fosse stata ammessa nel resto del mondo; nuova linea due. Che dell'unità giapponesi sarebbero rimaste nella Cina del Nord, in Mongolia e nella regione di Hainan per circa 25 anni: le altre truppe giapponesi sarebbero state ritirate dalla Cina entro due anni seguenti ristabilimento della pace dell'ordine; nuova linea tre. Che le forze giapponese in Indocina sarebbero state ritirate quando fosse stata conclusa una giusta pace in estremo oriente.

Se queste proposte, dette "proposte A", fossero state respinte sarebbero state avanzate delle nuove proposte, chiamate Di, per ottenere un modus vivendi. Queste differivano dalla prima in quanti giapponesi si dichiaravano pronti ad evacuare immediatamente il sud dell'Indocina se fosse stato firmato un accordo o gli Stati Uniti, che avrebbero aiutato il Giappone ad ottenere dal Indie olandesi i prodotti di cui aveva bisogno. Il Giappone avrebbe ottenuto compensi in termini di forniture di prodotti. Inoltre gli Stati Uniti non avrebbero aiutato La Cina nella sua lotta contro il Giappone.

Le "proposte A" furono presentate a Cordell Hull La sera del 7 novembre del 1941. Il 10 novembre Roosevelt è praticamente le respinse dichiarando che prima di qualsiasi decisione, il Giappone avrebbe dovuto ritirare le sue truppe della Cina. Furono allora presentate dall'ambasciatore giapponese le "proposte Di", il 20 novembre, che furono però dichiarate subito inaccettabili.

In accordo con il governo britannico, il governo americano respingendo ufficialmente tutte le proposte, offrì all'ambasciatore giapponese una serie di controproposte basate sui principi del diritto internazionale: il Giappone e gli Stati Uniti avrebbero facilitato la firma di patti di non aggressione fra tutti paesi interessati ai problemi dell'estremo oriente. Il Giappone avrebbe ritirato tutte le sue truppe dalla Cina dall'Indocina. È evidente che queste proposte erano assolutamente contrarie alle ambizioni militari giapponesi. Ma non s'immaginava ne nell'opinione pubblica americana, né nei circoli governativi e neppure negli ambienti militari della guerra contro il Giappone fosse imminente. In quel momento, in particolar modo, i preparativi militari americani erano insufficienti.

Il 6 dicembre il presidente Roosevelt indirizzò un ultimo messaggio al imperatore Hiroito. Bisogna ricordare che servizi segreti americani erano riusciti a decifrare i codici giapponesi e conoscevano il senso generale delle proposte nipponiche.

Pearl Harbor

Il 26 novembre, una potente flotta giapponese lasciò le isole Curili e navigava verso Pearl Harbor, nelle isole Hawaii.

La Germania aveva fatto sapere più riprese che si il Giappone fu senza di in guerra contro Gran Bretagna e gli Stati Uniti, si sarebbe immediatamente schierata al suo fianco e avrebbe dichiarato guerra agli Stati Uniti. Il 1 dicembre una conferenza imperiale decise definitivamente l'ingresso in guerra del Giappone. Si tratta ormai di favorire l'effetto sorpresa, fingendo di continuare negoziati.

La mattina del 7 dicembre, i giapponesi attaccavano Pearl Harbor, distruggendo o danneggiando gran parte della flotta del Pacifico. Nel frattempo sbarcavano con delle truppe in Malesia. Il governo americano, mentre prevedeva un attacco in Siam o in Malesia, sembrò essere stato completamente colto di sorpresa per l'attacco a Pearl Harbor. Non era stata presa alcuna precauzione. In effetti questo attacco diede all'opinione pubblica americana un impulso senza il quale la guerra non sarebbe stata possibile. Gli Stati Uniti furono brutalmente cacciati nel conflitto, che diveniva una guerra mondiale.
l'11 dicembre Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti.

giovedì 18 marzo 2010

L’espansione giappone e gli inizi della guerra della Cina (1934-1939)

Parte II, Capitolo VI, Paragrafo III

 

IL Giappone pur non avendo per proprio governo fascista, era dominato da tendenze espansionistiche ed imperialistiche. Quest'atteggiamento si manifestò principalmente sotto due profili: la corsa agli armamenti navali e nella guerra contro la Cina.

 

Gli armamenti navali.

Sul piano navale, il Giappone era firmatario degli accordi di Washington (1922) e di Londra (1930). Mentre l'Inghilterra aveva quasi raggiunto i limiti fissati con un certo numero di vecchie navi (i trattati stabilivano delle proporzioni relative al tonnellaggio delle navi fra le varie potenze), il Giappone aveva spinto le sue costruzioni navali in modo da raggiungere il 95% di quanto gli era permesso, mentre gli Stati Uniti nel 1933 avevano solo il 65% del tonnellaggio che era loro concesso. Roosevelt e il segretario la marina incoraggiati dal segretario di Stato, annunciarono l'intenzione di proseguire le costruzioni navali fine limiti permessi. Quest'atteggiamento incoraggiò il Giappone a sbarazzarsi dell'intralcio di questi trattati, cosicché il bilancio navale di questo paese raddoppiò nel periodo che va dal 1931 al 1934. Inoltre, si riunì a Londra nel 1935 una conferenza per discutere sugli armamenti navali. I dirigenti giapponesi decisero di rivendicare la parità navale con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e, in caso di rifiuto, di denunciare gli accordi di Washington e di Londra, ciò che avrebbe significato la ripresa della corsa agli armamenti navali. Sebbene Roosevelt avesse deciso di dare un gesto distensivo, trasferendo nell'aprile del 1934 la flotta americana del Pacifico verso l'Atlantico, il ministro giapponese degli affari esteri annunciò ufficiosamente che il Giappone aveva deciso di denunciare il trattato di Washington (settembre 1934). Gli Stati Uniti l'Inghilterra, obbliga di suddividere la loro flotta tra diversi oceani, rifiutarono energicamente di accettare la parità. In queste condizioni, nel dicembre del 1934, il Giappone dichiarò che dal 31 dicembre 1936 avrebbe rinunciato i limiti fissati dal trattato di Washington.

La conferenza navale di Londra.

La conferenza navale di Londra ebbe tuttavia luogo nel dicembre del 1935, protraendosi sino alla fine di marzo del 1936, che riuniva gli Stati Uniti, il regno unito, la Francia, il Giappone e l'Italia. Le circostanze non erano affatto favorevoli, tanto più che era in corso la guerra italo-etiopica e che l'Inghilterra, senza consultare le altre potenze, aveva firmato nel giugno del 1935, un trattato navale con la Germania. Ancora una volta i giapponesi reclamavano la parità navale, ma le loro rivendicazioni urtarono contro l'opposizione americana e inglese. Nel gennaio del 1936 tutte le altre potenze, eccetto il Giappone, rifiutarono di acconsentire alle richieste giapponesi. Allora il Giappone si ritirò della conferenza, mantenendo solamente un osservatore. Il ritiro del Giappone diminuì notevolmente i risultati La conferenza. Essa si sciolse nel marzo del 1936, ma era evidente che presto o tardi, la corsa degli armamenti navali sarebbe ripresa, esattamente com'era accaduto per gli armamenti terrestri.

La ripresa dell'espansione giapponese in Cina.

Per quasi due anni, la tregua tra Giappone Cina (maggio 1933) fu rispettata. Ma il Giappone ne approfittava per organizzare solidamente l'occupazione del Manciukuò. Peraltro era sempre più preoccupato di vedere il governo nazionalista cinese, diretto da Ciang Kai Scek, sforzarsi di modernizzare La Cina per assicurare la sua indipendenza. Se vi fosse riuscito sarebbe stata la fine dei sogni giapponesi nell'estremo oriente e presto tardi una grave minaccia sarebbe pesata sul Giappone. Così a partire dalla primavera del 1935, il Giappone riprese la sua politica espansionistica.

Nell'agosto del 1935 il ministro giapponese degli affari esteri propose alla Cina la sottoscrizione di un accordo con il quale riconoscesse l'esistenza del Manciukuò e si accordasse con il Giappone per combattere i comunisti. Ma Chang Kai Scek rifiutò. I giapponesi cominciarono allora a costruire una specie di Stato autonomo nella Mongolia interna. Diffusero anche La voce che questo governo autonomo avrebbe potuto essere stesso altre province cinesi. In tal modo si sarebbe creato un nuovo Stato, simile a quello del Manciukuò. Ma queste notizie erano premature: il governo giapponese, preoccupato di vedere Ciang Kai Scek inviare 150.000 uomini alla frontiera meridionale di queste province, e senza dubbio tremendo atto una guerra contro la Russia, destituì il generale giapponese che ne era responsabile.

 

Negoziati con l'Urss.

L'Urss seguiva con preoccupazione i progressi della penetrazione giapponese in Cina. Essa aveva cercato di essere conciliante riconobbe in effetti il nuovo Stato del Manciukuò. Ma fin dall'ottobre del 1935 si ebbero gravi incidenti di frontiera fra il Manciukuò e la Siberia, fra le truppe sovietiche e le pattuglie comandate da ufficiali giapponesi. Più ad ovest, nel marzo del 1936, truppe giapponesi provenienti da Mongolia interna erano penetrate nella Mongolia esterna e si erano scontrate con truppe mongole. Ne era risultata nel marzo del 1936 la firma di un trattato di assistenza fra l'Urss e la Repubblica popolare mongola.

Nel novembre del 1935 riprese l'espansione giapponese. Truppe giapponesi penetrarono nella regione di Pechino e di Tientsin. Le guarnigioni cinesi rimasero al loro posto e Ciang Kai Scek, non avendo completa di preparativi, preferì accettare lo stato di fatto.

Ci si rese conto che questa situazione estremamente pericolosa essendo alla mercé di minimi incidenti. Ciang Kai Scek era tuttavia sempre più deciso a resistere.

Il patto anti-Komintern.

Il 25 novembre del 1936 fu firmato il patto anti-Komintern fra Germania Giappone. Questo trattato aveva teoricamente lo scopo di organizzare la difesa contro la stampa comunista. In effetti significava che la Germania nonostante lo sviluppo del suo commercio con la Cina, gli ammetteva l'espansione giapponese. Nonostante il diniego dei firmatari vi era un accordo segreto allegato al patto. L'articolo uno dichiarava che se uno dei due paesi fosse stato minacciato o attaccato dall'Urss senza provocazione l'altro non avrebbe lodato l'Urss e sarebbero state organizzate delle consultazioni. L'articolo due affermava che né l'uno né l'altro dei firmatari avrebbe concluso un accordo politico con l'unione sovietica senza il consenso dell'altro.

Per protesta, l'Urss decise di avvicinarsi alla Cina e chiese al partito comunista cinese di interrompere la guerra civile e di offrire una collaborazione amichevole al governo del Kuomintang per la lotta contro il Giappone.

L'inizio della guerra cino-giapponese.

Nel 1937 l'espansione giapponese in Cina subì una profonda trasformazione. Invece di continuare la sua politica di conquiste progressive, il Giappone iniziò una guerra che, sebbene non dichiarata, presentò immediatamente tutti i caratteri di una lotta senza vita. Il Giappone voleva stabilire un per proprio protettorato sulla Cina, impedendole di industrializzata si, di creare un esercito forte, di risvegliare un sentimento nazionale. È da notare che in tali occasioni, dopo lo scoppio della guerra, i rappresentanti giapponesi all'estero dichiararono che il loro paese non cercava di annettere alcuna parte del territorio cinese. In effetti il sistema utilizzato nel Manciukuò si rivelava molto pratico. L'ideale sarebbe stato sostituire Ciang Kai Scek con uno pseudo-governo cinese fedele giapponesi.

La guerra vicina scoppiò in seguito ad un incidente avvenuto nei pressi di Pechino, usato dai giapponesi come pretesto persi primi di luglio del 1937. Pechino fu conquistati in due giorni. Ciang Kai Scek inviò dei rinforzi, ma i giapponesi fecero stesso. Per lasciare il tempo a rinforzi di giungere, i giapponesi si prestano ad un negoziato. Ciang Kai Scek rifiutò e accettò di negoziare sola condizione che nel frattempo le truppe giapponesi evacuassero le posizioni conquistate. Subito il comandante in capo giapponese, deciso ad un'azione in grande stile, ruppe le trattative il 25 luglio, indirizzando ultimatum al comandante cinese chiedendo l'evacuazione di Pechino. Il 26 dicembre iniziò la guerra senza che questa fosse dichiarata. Anche il governo cinese rifiutò di dichiarare La guerra, perché considerava i giapponesi come dei pirati e una direzione di guerra, secondo il diritto internazionale, avrebbe dato alle loro azioni una sanzione di legalità.

La guerra.

Pechino fu conquistata in soli due giorni. Le forze giapponesi si diressero immediatamente verso sud e in agosto sbarcarono presso Sciangai, che fu conquistata alla fine di ottobre. Infine i giapponesi marciarono verso ovest risalendo il fiume Yang-Tse-Kiang, prendendo l'inchino. Nel gennaio del 1938 ebbero luogo altri due sbarchi importanti nello Shantung, l'altro invece a Canton, siede del governo nazionalista. Ciang Kai Scek fu costretto a spostare il governo in una regione remota interna, dove condusse una resistenza ad oltranza, mentre un po' dappertutto si organizzavano delle guerriglia. Benché i cinesi avessero riportato nel corso del 1938 alcune battaglie vittoriose, queste non furono decisive. Non fecero altro che convincere i giapponesi che avrebbero potuto vincere i loro avversari solo se quest'ultimi non avessero più ricevuto armi e munizioni dall'estero. A partire dal 1938 fino al 1944, La campagna di Cina rallentò. I giapponesi non scatenarono offensive e si limitarono ad allargare progressivamente le zone conquistate.

Piuttosto che con una vittoria militare, il governo giapponese cercò di vincere suo avversario con l'asfissia, tagliando una dopo l'altra le sue vie di rifornimento di armi e munizioni.

I tentativi di pace.

Pur proseguendo la lotta, il governo giapponese in due occasioni fece conoscere alla Cina le suo condizioni di pace:

uno. Nel dicembre del 1937, prima dell'attacco di Nanchino, il Giappone esigeva dei vantaggi economici considerevoli. Reclamava la creazione di una zona smilitarizzata nella Cina del Nord, sotto controllo effettivo giapponese; reclamava l'autonomia della Mongolia interna; voleva l'adesione della Cina al patto anti-Komintern. Ciang Kai Scek rifiutò queste proposte.

Due. Nel dicembre del 1938, giapponesi proposero al in circa le stesse condizioni. Pretesero che prima di qualsiasi negoziato il governo di Ciang Kai Scek fosse rovesciato. Non parlava più di autonomia della Mongolia interna, ma avanzavano una nuova richiesta: il mantenimento temporaneo di guarnigioni giapponesi in alcune regioni della Cina. Queste proposte non ebbero alcun seguito.

Restava il metodo consistente lo stabilire un governo satellite. I giapponesi avevano creato nei territori occupati un "partito del rinnovamento del popolo", copiato dal Kuomintang. Questo partito aveva però poche influenza. Nel corso del 1938 furono iniziati dei negoziati con un dirigente del Kuomintang, che dopo lunghe trattative accettò di fondare a Nanchino nel gennaio del 1940, un "governo centrale della Repubblica cinese" fedele giapponesi, che entrò in funzione nel marzo del 1940. In cambio, il 30 novembre dello stesso anno, il Giappone si impegnò a rispettare la sovranità della Cina. L'esercito giapponese avrebbe potuto mantenere delle guarnigioni nella Cina del Nord, in Mongolia interna e nei grandi porti, per due anni dopo la disfatta di Ciang Kai Scek. Dopo di che, avrebbe evacuato il paese. L'importante per il Giappone era di trasformare La Cina in uno Stato vassallo, ma la resistenza del generale Ciang Kai Scek mandava a monte questo piano. Subito si ci si accorse che l'influenza del nuovo partito fondato era sei debole e che senza l'appoggio delle forze giapponesi non sarebbe data da crollare.

L'atteggiamento degli Usa.

Quale fu l'atteggiamento delle potenze di fronte a questi avvenimenti? La guerra vicina era dovuta incontestabilmente ad un'aggressione del Giappone. Il Giappone predicavano politica contraria sia alla "trattato delle nove potenze" firmata Washington nel 1922, si al patto Briand-Kellog. Questa aggressione poteva essere solo fermata con un'azione comune delle potenze interessate, specialmente dell'Inghilterra e degli Usa. L'Urss era nel 1937 in preda a serie difficoltà interne. Ora nel giugno del 1937, poco prima dello scoppio della guerra, Cordell-al aveva fatto sapere al nuovo primo ministro inglese Chamberlain, che gli Stati Uniti erano contrari ad un'azione comune concertata.

Così Roosevelt si limitò il 10 agosto ad un passo comune con gli inglesi, i tedeschi, i francesi e gli italiani per impedire le ostilità nella regione di Sciangai. Ma questo passo non ebbe alcun effetto. Gran parte dell'opinione pubblica americana reclamava il ritiro dei due 1000 cinquecento soldati americani dispersi in Cina e l'evacuazione dei civili.

D'altra parte il presidente Roosevelt, approfittando del fatto che la guerra non era stata dichiarata, si astenne dal mettere in vigore le leggi di neutralità, la quale avrebbe impedito agli Stati Uniti di fornire armi La Cina e, in virtù della clausola Cash and Carry, avrebbe favorito il Giappone che sola possedeva una flotta per l'acquisto del materiale e dei prodotti non militari. Così gli Stati Uniti si limitarono a condannare moralmente l'aggressione giapponese, pur continuando l'invio di armi alla Cina nazionalista.

La società delle nazioni e la conferenza di Bruxelles.

La società delle nazioni mantenne un atteggiamento esitante. La Cina le aveva indirizzato un appello nel settembre del 1937, poco dopo l'ultima ad un giapponese. La società delle nazioni incaricò la "commissione consultiva dell'estremo oriente", creata nel 1933 per studiare il problema della Cina, di trovare una soluzione. Poi il 6 ottobre adottò una risoluzione che denunciava l'atteggiamento giapponese, perché contrario al trattato delle nove potenze e al patto Briand-Kellog, ma guardandosi bene dal dichiarare il Giappone come aggressore o di votare sanzioni. Essa suggeriva i firmatari del trattato delle nove potenze si riunissero in una conferenza per sugli alimenti per porre fine al conflitto.

L'atteggiamento dell'Urss.

Quanto all'Urss, essa si limitava a difendere le sue frontiere e quelle della Mongolia esterna. Firmò con la Cina un patto di non aggressione nell'agosto del 1937. Le forniva del materiale bellico attraverso la Mongolia esterna.

Fin dall'inizio del 1938, i giapponesi protestarono contro queste forniture di armi e si verificarono diversi incidenti, soprattutto a proposito della pescheria giapponesi di Sakhalin. Il più grave di tutti fu quello noto come quello del conflitto del lago Hasan. In seguito ad una serie di incidenti di frontiera l'esercito giapponese attaccò quello sovietico ma il 10 agosto l'Urss propose un armistizio che stabiliva che le due parti sarebbero rimasti sulle loro posizioni e la frontiera sarebbe stata fissata in seguito da una commissione composta da giapponesi, sovietici e un mediatore neutrale. I giapponesi accettarono una tregua, ma non La nuova delimitazione le frontiere e le operazioni terminano.

La tregua non migliorò le relazioni fra due paesi tanto che nel marzo del 1939 Stalin denunciò La politica aggressiva del Giappone e si dichiarò contrario al sistema del non intervento radicato gli occidentali. Anche nel maggio del 1939 si verificò un nuovo incidente. Nel settembre del 1939 fu conclusa fra l'Urss e il Giappone una tregua. Questa volta le operazioni erano state più favorevoli ai sovietici che non è giapponesi. Tuttavia in occasione di tutti questi conflitti di frontiera, le relazioni fra i due paesi non mutarono nei si trattò di conflitti di natura tale da provocare un conflitto generale tra il Giappone l'Urss. Senza dubbio questo dipendeva da volontà dei due paesi di non sacrificare i loro interessi vitali, che per l'Urss erano in Europa, e per il Giappone in Cina e nell'oceano indiano. Nel 1939 si assistette ad una sensibile evoluzione della politica americana così come quella giapponese.

 

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sabato 13 marzo 2010

Parte II, Capitolo IV, Paragrafo II: Il Patto d’Acciaio

Preliminari

Pur preparando l'aggressione contro lo Polonia, Hitler lavorava per rafforzare la sua posizione diplomatica.

Da tempo desiderava firmare con l'Italia un'alleanza militare, ma all'atteggiamento di Mussolini alla conferenza di Monaco lo aveva deluso.

Nel corso dell'estate del 1938, von Ribbentrop aveva proposto all'Italia di trasformare il patto anti-Komintern in una triplice alleanza difensiva. Nell'ottobre del 1938, von Ribbentrop durante il suo viaggio a Roma aveva prospettato nuovamente questa sua proposta, dichiarando in maniera esplicita che il conflitto con le democrazie sarebbe scoppiato nel settembre del 1939. Mussolini in quell'occasione rifiutò, ma cambiò opinione nel dicembre del 1938.

Da quel momento e iniziarono dei negoziati: Ciano sperava di ottenere una garanzia per il Tirolo meridionale, appartenente all'Italia dal 1920, ma abitato da cittadini di lingua tedesca. L'annessione della Cecoslovacchia avvenuta il 15 marzo irritò profondamente l'opinione pubblica italiana, tanto che Mussolini ritenne di abbandonare il progetto di alleanza. Ma cambiò di nuovo idea alla fine di marzo, dichiarandosi al gran consiglio fascista assolutamente fedele all'asse. Peraltro il successo ottenuto in Albania cancellò l'umiliazione causata dal colpo di forza tedesco, concertato a sua insaputa. L'Italia si gettava così nelle braccia della Germania. Tuttavia il 2 aprile il Giappone rifiutò di aderire ad un'alleanza militare: si trattava quindi di una alleanza italo-tedesca.

 

La conclusione del trattato

 

Nel maggio del 1939 Mussolini, preoccupato dai preparativi tedeschi contro Polonia, decise di affrettare la conclusione del trattato. Diedi istruzioni precise a ciano di insistere sul fatto che l'Italia non voleva entrare in guerra prima del 1943, dal momento che prima era necessario pacificare l'Albania dell'Etiopia, rafforzare l'esercito, far rientrare dalla Francia la maggior parte degli italiani che vi lavoravano e infine spostare l'industria dalla pianura padana verso sud.

Ci fu un incontro fra i due ministri degli esteri a Milano nei primi di maggio. I tedeschi insistevano sull'urgenza della risoluzione del problema di Danzica, mentre gli italiani sul rifiuto di entrare immediatamente in guerra. Fu però stabilito un progetto di patto, in cui il testo sarebbe stato firmato a Berlino successivamente. Questo trattato è conosciuto sotto il nome di patto d'acciaio: si trattava di un trattato offensivo, dove era anche previsto un rafforzamento della cooperazione militare fra i due paesi. In questo trattato era chiaro che la politica italiana si metteva alle dipendenze della politica tedesca.

La questione del Tirolo meridionale

nel trattato non si parlava del Tirolo meridionale. Per questo furono avviati dei negoziati, che portarono ad un accordo nel luglio del 1939 dove si stabiliva che i tirolesi di lingua tedesca avrebbero potuto portare per la nazionalità italiana o l'emigrazione in Germania. Inoltre veniva concessa alla Germania una zona franca Trieste, che gli assicurava anche grossi vantaggi commerciali.

Hitler voleva estendere questo sistema firmando anche dei patti di non aggressione con diversi paesi. Norvegia, Svezia e Finlandia rifiutarono, mentre la Danimarca, la Lettonia e l'Estonia accettarono.

domenica 28 febbraio 2010

Parte I, Capitolo V, Paragrafo IV: La questione della Manciuria

Il Giappone fu colpito più di altri paesi dalla crisi economica mondiale e a causa di ciò i liberali di Shidehara si indebolirono a vantaggio di una crescente influenza della classe militare. Gli interessi nazionali in Manciuria resero questa situazione ancora più critica.

La Manciuria del sud, compresa la zona della ferrovia era sotto il controllo di una guarnigione nipponica, in difesa dei coloni e dei capitali investiti nella zona. Nel 1929 il Giappone controllava gran parte della Manciuria del Sud, oltre alla “zona della ferrovia”, essenziale terminal della Transiberiana.

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La parte settentrionale della regione era sotto il controllo del maresciallo cinese Liang, legato al Kuomintang di Chiang kay Shek; egli stimolò l’immigrazione cinese nella regione, costruì ferrovie ed investì capitali provocando la preoccupazione dei giapponesi, che si accrebbe quando il Kuomintang aprì nella zona un ufficio di propaganda patriottica ed anti-nipponica.

Per evitare la perdita della Manciuria lo Stato Maggiore giapponese decise di occupare tutta la regione, nonostante l’opposizione del partito liberale ancora al governo; l’occupazione fu attuata in poche settimane e nell’ottobre 1931 i cinesi erano ridotti all’impotenza.

Il governo cinese fece allora ricorso alla Società delle Nazioni, che ordinò il ritiro delle truppe giapponesi nella misura in cui fosse assicurata la protezione dei loro cittadini; ma in dicembre il governo liberale del Giappone cadde e fu sostituito da uno più conservatore appoggiato fortemente dai militari.

La conseguenza fu che il conflitto si estese anche nella zona di Shangai, occupata dai giapponesi nei primi mesi del ’32; la SDN ancora una volta ignorò le proteste cinesi e non dichiarò il Giappone paese aggressore, ottenendo solo un armistizio a maggio.

Intanto in Manciuria continuava la politica di occupazione, nonostante la “dottrina Hoover” sconfessasse le conquiste territoriali ottenute con la forza.

Cessata nel 1932 la debole resistenza delle truppe cinesi lo Stato Maggiore giapponese favorì la nascita di un movimento indipendentista mancese, che fu poi attuato da un gruppo di cinesi (“Comitato esecutivo delle province del nord-est”); con l’appoggio del governo giapponese fu così creato lo stato fantoccio del MANCIUKUÒ (marzo 1932), retto formalmente dall’ex imperatore cinese Pu Yi ma di fatto controllato politicamente e militarmente dai giapponesi, che mantenevano forti guarnigioni.

A questo punto la Società delle Nazioni era costretta a prendere posizione sulla questione. Nel febbraio 1932, spinta dalle conclusioni anti giapponesi del rapporto Litton, votò all’unanimità (tranne il Giappone) una relazione in cui si condannava “moralmente” la politica di invasione nipponica e si screditava il governo del Manciukuò, dichiarando la Manciuria regione autonoma sotto sovranità cinese. Affermava peraltro il comportamento irreprensibile del Governo Cinese e il fatto che il Giappone non avesse il diritto di intervenire militarmente: ordinava pertanto il ritiro nella zona della ferrovia.

Per tutta risposta il Giappone abbandonò la SDN nel marzo 1933. Le potenze europee, impegnate a fronteggiare problemi economici e politici, non presero in considerazione l’idea di una guerra al Giappone. Anche l’URSS, nonostante il fatto che avesse ristabilito le sue relazioni diplomatiche con la Cina nel 1932, finì per riconoscere lo status quo dell’occupazione Giapponese, anche per poter conservare dei diritti sulla Ferrovia dell’est cinese.

L’invasione del Jehol

Il Giappone non abbandonò la sua politica di aggressione; infatti, quando il governo militare capì che nessuna potenza avrebbe intrapreso la guerra per la Cina, iniziò anche l’occupazione del Jehol, superando la Grande Muraglia e minacciando la stessa Pechino già nel febbraio del ’33.

A questo punto i cinesi si arresero e a maggio fu firmato un armistizio (Tregua di Tangku – maggio 1933) in cui la Cina fu obbligata a smilitarizzare un enorme fascia di territorio dentro la Grande Muraglia.

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Il colpo di forza giapponese riuscì in pieno, dimostrando ancora una volta l’inefficacia della SDN e l’inutilità delle “condanne morali” operate dalle democrazie occidentali. In effetti, la mera condanna morale non supportata da un intervento militare dimostrò alle potenze Occidentali che non era possibile ipotizzare una pace duratura a livello internazionale. Questo atteggiamento aveva consentito solo l’instaurazione in Giappone, Germania e Italia di regimi dittatoriale che avrebbero tratto il massimo profitto da questa inerzia nelle relazioni diplomatiche.

sabato 27 febbraio 2010

Parte I, Capitolo IV, Paragrafo II La situazione in Estremo Oriente: il Giappone e la Cina.

 

Con il nuovo esercito i giapponesi operano una rivincita sulla Cina, occupando nel 1894 la penisola coreana, dalla quale erano partite tutte le passate incursioni cinesi sul suolo giapponese.

Nonostante questa vittoria, però, i giapponesi non poterono annettere la Corea, poiché vi fu un intervento delle potenze occidentali (la cosiddetta “Triplice dell’estremo oriente”, formata da Germania, Russia e Francia) che non volevano la presenza dei giapponesi sul continente asiatico; esse imposero la decisione al Giappone con l’invio delle loro tre flotte orientali.

Come reazione a questa imposizione i giapponesi stipulano un accordo marittimo con l’Inghilterra nel 1902, il quale prevede il sostegno giapponese all’impero inglese in India, in cambio di un aiuto dell’Inghilterra alla flotta giapponese (accordo che perse ogni sostanziale valore dopo il “Trattato delle quattro potenze del Pacifico”, che sanciva lo status quo in quell’ambito).

La prima “vendetta” contro gli stati della Triplice dell’Estremo oriente fu operata dai giapponesi ai danni della Russia, con una guerra vinta dai giapponesi nel 1904-1905, ottenendo il controllo della ferrovia sub-manciuriana (parte importante della Transiberiana), i diritti di presidio in Corea (poi annessa definitivamente nel 1910) e la possibilità di inserire capitali giapponesi nella costruzione della Transiberiana.

Durante la Prima Guerra Mondiale è saldato il conto con la Germania, occupando in due mesi tutte le colonie tedesche in Estremo Oriente (lo Xiantung e le Isole Marianne).

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Lo Xiantung

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La conquista dello Xiantung è usata come base per una penetrazione in Cina: i giapponesi impongono una sorta di assistenza tecnica e politica al debole governo cinese, sancita con il “Trattato delle 21 domande” del 1915.

Alla conferenza di pace il Giappone chiede il riconoscimento delle conquiste fatte ma si scontra con l’opposizione soprattutto degli Stati Uniti, che lo vede come un pericoloso nemico ad oriente; per forzare gli americani i giapponesi chiedono un trattato internazionale sull’eguaglianza delle razze, il quale avrebbe penalizzato quegli stati (come gli USA) che praticavano la segregazione razziale. Ed infatti il Giappone vide riconosciute le sue richieste nel trattato di Versailles, compresa l’occupazione dello Xiantung.

Possiamo dire che negli Stati Uniti, questa vittoria diplomatica giapponese, fu una delle cause che non fecero approvare il trattato, (oltre al patto di difesa militare che li legava alla Francia).

Il contrasto nippo-americano continuerà negli anni successivi. sino all’attacco giapponese a Pearl Harbor e all’attacco atomico americano.

La Cina.

La Cina compare sulla scena internazionale con le “Guerre dell’Oppio” del 1840, alle quali seguono i cosiddetti “Trattati ineguali”, con cui gli stati europei ottengono molti privilegi nella gestione di beni, servizi e commerci sul suolo cinese: (concessi con il consenso dei potentissimi amministratori locali, i Mandarini), nonché regole privilegiati sull’extraterritorialità.

Solo gli Stati Uniti mantengono il “principio della porta aperta”, protestando contro il mantenimento di zone privilegiate al commercio di prodotti europei.

Nel 1899 si ha un risveglio nazionalista cinese, che esplode con la “rivolta dei Boxers” contro il quartiere delle ambasciate.

L’insurrezione ha un esito fallimentare poiché gli stati europei organizzano una spedizione militare che riprende il controllo del paese.

Un processo di modernizzazione fu avviato da Sun Yat-Sen nei primi anni del secolo: si ha un parziale abbandono del vecchio ordinamento che si attua soprattutto con l’allontanamento pacifico dell’Imperatore.

Tuttavia il paese è diviso sotto il controllo di varie autorità ed il governo di Sun Yat-Sen è esiliato a Canton, mentre a Pechino se ne forma un altro portando il paese ad una guerra civile che rende molto più difficoltosa la conquista della piena indipendenza dello stato dai paesi europei.

Ad approfittare di questa situazione è soprattutto il Giappone, che impose alla Cina l’accettazione del “Trattato delle 21 domande”, chiedendo l’assenso ad una “assistenza” di ministri giapponesi nel governo cinese e di forti comunità in Manciuria, nonché il controllo dello Xiantung (allora colonia tedesca).

Mentre le potenze europee davano via libera al Giappone, gli americani si schieravano con la Cina, facendola entrare in guerra contro la Germania per partecipare da paese libero e vincitore alle trattative per la pace.

Ma, trovandosi Stati Uniti e Giappone nella stessa coalizione, essi dovettero raggiungere un accordo: nel novembre 1917 gli americani riconoscono la presenza giapponese in Cina, mentre questi ne assicurano l’indipendenza.

Gli Stati Uniti appoggiano la Cina in funzione anti giapponese e il problema della ormai prossima avanzata nipponica sul continente asiatico è ripreso proprio durante la conferenza di Washington.

I cinesi chiedevano la revisione dei “Trattati Ineguali” e la fine delle usurpazioni territoriali straniere: Stati Uniti ed Inghilterra erano favorevoli, secondo il “principio della porta aperta”, ad una revisione che favorisse la Cina (ostacolando le ambizioni giapponesi), la Francia era disposta a fare piccole concessioni, il Giappone era contrario sostenendo l’instabilità della situazione interna cinese come pretesto per non attuare le revisioni.

Dopo accese discussioni i cinesi ottennero solo un impegno dalle potenze a rispettare l’indipendenza e l’integrità territoriale della Cina, a mantenere legami commerciali e a non approfittare della situazione interna dello stato.

Gli occupanti non ritiravano le loro truppe e non concedevano l’indipendenza doganale, l’extraterritorialità non fu abolita poiché si riteneva che l’organizzazione giudiziaria cinese non offrisse sufficienti garanzie.

Questi accordi composero il “Trattato delle nove potenze” (febbraio 1922).

Per quanto riguardava i rapporti con il Giappone, la Cina chiese la revisione del “trattato delle 21 domande” e l’annullamento dei diritti giapponesi nello Xiantung. I giapponesi imposero dei colloqui bilaterali e, sotto la minaccia statunitense di un forte riarmo navale, con l’accordo del febbraio 1922 accettarono di evacuare le truppe dallo Xiantung e restituire alla Cina il controllo delle ferrovie su questo territorio; il “trattato delle 21 domande” rimase in vigore ma il Giappone di fatto rinunciò a molti dei privilegi che questo “accordo” gli attribuiva. In cambio di tutte queste concessioni i giapponesi ottennero la già accennata supremazia navale nel pacifico.

- Durante e dopo la conferenza di Washington, la Cina continuava ad essere sconvolta dalla guerra civile; il governo momentaneamente riconosciuto dall’occidente era quello di Pechino, mentre un secondo governo guidato dal partito nazionalista di Sun Yat sen (Kuomintang) era di stanza a Canton e vari generali occupavano d'autorità alcune province nel nord del paese.

Il problema che si poneva alle potenze era sapere con quale governo trattare.

Particolari furono le relazioni tra Cina ed Unione Sovietica:

Dal 1923 al 1927 i sovietici riconobbero come legittimo il governo di Canton, stabilirono strette relazioni con Sun Yat Sen, addestrarono le armate del Kuomintang e cercarono di riformare il partito dall’interno in direzione comunista, perorando in Giappone e all’estero la revisione dei “Trattati ineguali”; in cambio ottennero l’occupazione militare della Mongolia esterna, che nel 1924 fu trasformata in una “Repubblica Popolare”.

Ma i rapporti ebbero fine con la morte di Sun Yat sen; il nuovo capo del Kuomintang, Chiang Kai-shek, operò una netta rottura con i russi, i quali nel 1927 interruppero le relazioni diplomatiche con Canton.

Contemporaneamente i sovietici negoziavano un accordo con il governo di Pechino che fu firmato nel maggio 1924.

Questo trattato fu il primo per la Cina negoziato su basi paritarie: infatti, i cinesi riconoscevano il governo sovietico della Russia, in cambio tutti i trattati tra la Cina ed il governo zarista erano annullati, la Mongolia esterna era data completamente alla Cina, i sovietici rinunciavano alla “indennità dei Boxer” e ritiravano le loro truppe dalla zona della ferrovia orientale cinese (che era diretta dai russi in attesa del riscatto, con alcuni membri cinesi nel consiglio di amministrazione); i sovietici rinunciavano anche ai loro diritti di extraterritorialità sul suolo cinese.

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Mongolia interna e Mongolia Esterna

Intanto nel 1926 Chiang Kai-shek iniziava la sua lotta di unificazione della Cina, che si concluse vittoriosamente nel 1928 con la conquista di Pechino.

L’anno seguente egli decise di cambiare il direttore russo della ferrovia orientale con uno cinese. I sovietici risposero attaccando la Manciuria del nord e, nel dicembre 1929 sconfissero duramente i cinesi.

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La Manciuria

Tuttavia la questione della ferrovia non fu risolta e, quando nel 1931 i giapponesi attaccarono la Manciuria, vi era ancora un direttore cinese.

- Gli accordi di Washington cominciarono ad essere applicati nel 1922 (conferenza di Shanghai sulle tariffe doganali, istituzione di una commissione d’inchiesta sull’extraterritorialità per stabilire la sicurezza per i cittadini occidentali in Cina e l’efficienza del sistema giudiziario);

Ma intanto continuava l’occupazione sempre più odiosa agli occhi della popolazione, cosicché nel 1925 scoppiò a Shanghai una forte rivolta anti-occidentale guidata dai nazionalisti; nella città la polizia inglese uccise nove cinesi e la flotta francese mitragliò Canton.

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Le trattative erano fatte con il governo di Pechino ma nel 1926 cominciò l’avanzata vittoriosa del Kuomintang; scosse dalle violenze e per la perdita di potere del governo rappresentativo, le potenze decisero di proporre una revisione dei trattati se la Cina avesse espresso un governo solido con il quale trattare. Nel 1928 iniziarono le trattative con il governo nazionalista del Kuomintang che era riuscito ad unificare la Cina, il solo Giappone si rifiutava di mettere in discussione gli accordi.

A partire dal luglio di quell’anno il governo nazionalista cinese ottenne la firma di vari trattati che riconoscevano alla Cina l’autonomia doganale, mentre per il problema dell’extraterritorialità le potenze chiedevano un ulteriore miglioramento dei codici, quindi la situazione rimase immutata.

Parte I, Capitolo IV, Paragrafo I: La Conferenza di Washinghton

La conferenza di Washington

Gli Stati Uniti erano governati dal 1921 dal presidente Harding, il quale sosteneva l’idea del “ritorno alla normalità” consistente nella conservazione dell’isolamento tradizionale e di non partecipazione alla SDN.  La schiacciante vittoria ottenuta dai repubblicani sui democratici convinse il presidente Harding che la volontà dell'opinione pubblica era quella di non partecipare alla società delle nazioni.

Gli USA firmarono un trattato di pace separato con la Germania nel 1921. Harding decise di convocare una conferenza per la discussione del disarmo (in particolare di quello navale) e della situazione in Estremo Oriente e nel Pacifico. Alla CONFERENZA DI WASHINGTON DEL NOVEMBRE 1921 parteciparono Francia, Inghilterra, Italia, Giappone, Cina, Belgio, Olanda e Portogallo; essa si protrasse sino al febbraio del ’22.

Si discusse solo del disarmo navale (la Francia non accettava limitazioni sull’armamento terrestre sostenendo l'esigenza di dover mantenere un forte esercito difensivo nei confronti della Germania) e da subito si creò una forte coalizione anglo-americana che riuscì ad imporre determinate quote di navi civili e militari agli altri paesi.

Il trattato delle cinque potenze fu firmato nel febbraio 1922.

Esso stabiliva la parità tra le flotta militare americana e quella inglese (che doveva abbandonare il principio del “two powers standard”), e riduceva le aspirazioni al riarmo navale francese; per le flotte civili erano assegnate le seguenti quote: 5 USA e GB, 3 Giappone, 1,75 Italia e Francia.

La Francia ottenne un unico successo nel mantenere libera la costruzione di sottomarini e delle unità minori; il Giappone fu spinto ad accettare dalla clausola che stabiliva il mantenimento dello status quo nelle fortificazioni delle isole nel Pacifico e anche perché gli USA potevano schierare nel pacifico solo un 2,5 della flotta, mentre il Giappone aveva una quota di 3. Il Giappone avrebbe desiderato ottenere la parità di diritti di costruzione della propria flotta rispetto agli Stati Uniti , ma sotto la minaccia da parte di questi ultimi di una ripresa della corsa agli armamenti navali , nella quale il Giappone avrebbe sicuramente perso , accettò il compromesso .

Per quanto concerne l’Estremo Oriente fu firmato il “trattato delle quattro potenze” sul pacifico nel dicembre 1921 in cui Francia, Inghilterra, USA e Giappone stipulavano un trattato di garanzia sui possedimenti nel Pacifico, stabilendo regole di non aggressione e di risoluzione pacifica delle controversie. Questo trattato era fortemente voluto dall'Inghilterra,che pressata anche da Stati Uniti e Canada a rinunciare a rinnovare il trattato di alleanza stipulato nel 1902 con il Giappone, voleva come contropartita un trattato di garanzia che tutelasse i suoi possedimenti nel Pacifico.